Omero sulla spiaggia

«Ermes Cillenio chiamava fuori le anime dei Proci. Aveva la bella verga d’oro in mano, la verga con la quale incanta gli occhi degli uomini, a chi vuole: altri invece li risveglia anche dal sonno»
L’ora del tramonto sul mare di porpora, sotto il cielo che a poco a poco s’infuoca e s’insanguina, è perfetta per rileggere la scena di Hermes che conduce all’Ade le anime dei Proci, spietatamente sterminati da Odisseo — all’ inizio del ventiquattresimo canto. Da qui inizia un’altra discesa nel regno dei morti, seppure anche se meno nota della nekyia dell’undicesimo libro. 

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“Il più profondo segreto della vita”

«”Venga con me.” Si alzò, come se il tempo fosse essenziale. “Venga. Le mostrerò il più profondo segreto della vita. Venga.” Rapido, fece il giro del porticato. Lo seguii al piano di sopra. Qui mi spinse sulla terrazza.
“Vada a sedersi alla tavola. Con le spalle al sole.”
Un minuto dopo comparve, portando qualcosa di pesante drappeggiato in un asciugamano bianco. Lo depose con cautela in mezzo alla tavola. Poi tacque, si assicurò che io stessi guardando prima di togliere, gravemente, il panno.

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“Piantare in Asso” (o a Rangoon) la propria donna: “Il tango del vedovo” di Neruda

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La figura archetipica dell’uomo che, nel cuore della notte, stando attento a non fare rumore s’alza dal letto in cui la propria donna è sprofondata nel sonno, si veste, raggiunge la porta con le scarpe in mano, la apre come fosse un ladro, quindi se la chiude alle spalle per dileguarsi per sempre è degnamente rappresentata nella mitologia greca dall’eroe del labirinto e del Minotauro, l’ateniese Teseo.

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3. Il pugile oratore (Cronache da Olimpia)

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Uno degli incontri di boxe più memorabili del mondo antico ebbe luogo durante le Olimpiadi del 212 a.C. Deve la sua fama non tanto alla leggendaria forza e tecnica del pugile che ne fu protagonista quanto al fatto che questi, a un certo punto dell’incontro (precisamente quando le cose si stavano mettendo male per lui) smise di combattere per rivolgere al pubblico un discorso semplice e illuminante, di grandissima rilevanza politica. Tant’è vero che la cronaca di quell’incontro ci è tramandata da Polibio, ovvero uno degli autori più attenti agli aspetti politici e istituzionali della storia.

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2. La prima gara (Cronache da Olimpia)

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Sul frontone orientale del tempio di Zeus ad Olimpia — ovvero su quello che è considerato uno dei capolavori assoluti dell’arte greca — è raffigurata la prima gara che diede origine ai Giochi Olimpici antichi e poi moderni.
Nulla potrebbe essere meno vicino all’idea moderna di sport. Nulla potrebbe essere, nella sua essenza, più tragicamente e splendidamente greco. Sentite qua.

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1. La nudità atletica (Cronache da Olimpia)

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A giudicare da fonti letterarie e archeologiche, nella Grecia antica gareggiare nudi era la norma. Anzi, l’equazione “sport” = “nudo” era così radicata nel mondo antico che la maggior parte delle lingue europee ne porta ancora evidenti tracce: “ginnastica”, infatti, e dunque “ginnico” etc… derivano dal greco “gymnós” che significa, appunto, “nudo”. (Anche “ginnasio”, naturalmente, ma ne sentiremo parlare sempre di meno, in futuro). Ora, la questione della nudità dell’atleta ha profonde implicazioni filosofico-culturali di cui ci occuperemo altrove (si dice così, no?). Qui mi interessano invece il suo mito di fondazione (cioè i racconti su chi fosse il primo a praticarla) e il possibile significato all’atto della performance sportiva.

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Il battaglione sacro

l “battaglione sacro” sarebbe stato una formazione militare quasi invincibile perché composta da amanti capaci di ogni gesto eroico — fino alla morte — pur di difendere l’amato schierato al proprio fianco. Ne parla Platone, nel ‘manuale d’amore’ (il “Simposio”) e poi Plutarco, che ci fornisce qualche dettaglio in più sulla sua storia — soprattutto sull’unica sconfitta subita (contro Filippo di Macedonia) che però fu decisiva

Odisseo, Circe e il primo parco divertimenti della storia

Ho ritrovato dei racconti che dovevano confluire in La ragazza che divenne pesce (e altri miti di metamorfosi) (Mursia 2014) e che però non vi trovarono posto. Uno prendeva spunto dal famoso numero di magia con cui Circe trasformò in animali i compagni di Odisseo. E inizia così:

«Tutti sanno che Odisseo, sballottato da flutti marini e volontà divine, approdò un giorno nell’isola della potente maga Circe, figlia del dio Elio. E sanno anche che, giunto nel suo palazzo, vide i compagni miseramente trasformati in maiali, leoni, cani, pavoni e altro ancora, lui stesso scampando per un soffio a quella sorte. Quello che però nessuno sa è che, anni dopo, tornò a bussare a quella porta: come se la lezione non gli fosse bastata. 

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