“Acrobazia” – su tacco 12

Ci sono parole che hanno più fascino di altre. Come un incantesimo, sentirle pronunciare immediatamente ci suggestiona e dà un brivido. E la ragione è che, come un incantesimo, trascinano i nostri sensi nei loro mondi. Fra queste metto “acrobazia”, con tutta la sua famiglia – “acrobata”, “acrobatico”…
Ecco una veloce carrellata degli scenari dischiusi da questa password.

La partenza è d’obbligo: il mondo del circo e i trapezisti.

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Trapeziste al circo.

In particolare, fra le figure circensi più acrobatiche, al trapezista va affiancato il funambolo – sublime sintesi di follia e razionalità.

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Philippe Petit.

Basta un solo passo più in là rispetto al destino del funambolo, per cadere nel vuoto del volo: con le Frecce Tricolori, magari, o altre pattuglie acrobatiche.

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Pattuglia acrobatica.

Va poi considerata la componente sportiva dell’acrobazia: non è forse vero che tennis, pallavolo, calcio e molti altri sport cercano proprio fra gli acrobati i loro idoli più amati?

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Una rovesciata di Pelé.

Attenzione, però, perché il nostro campo semantico non comprende solo leggerezza, svago e tempo libero. Curiosamente, i suoi significati figurati sottintendono gravità e fatiche. “Fare acrobazie per vivere” riguarda infatti la lotta quotidiana per guadagnarsi i mezzi di sussistenza…

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Operai sospesi nel vuoto.

…oppure gli equilibrismi contro il tempo di cui consiste la vita di un uomo medio della nostra indaffaratissima epoca (vedi anche: “fare salti mortali”).

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Harold Lloyd.

Bene, bene, se “acrobazia” è tutto questo (e altro ancora) è tempo di cercare il perché: di risalire cioè alle radici linguistiche di questi scenari.
Come vi confermerà qualsiasi app scaricata sul vostro smartphone, il termine deriva dall’aggettivo greco akros, “alto, estremo, che sta in cima”, e da una radice ba/bat- che significa “camminare”. Dunque acro-bata è, alla radice, “colui che cammina in alto”. In effetti, a ripensarci, la costante dei precedenti scenari è proprio la sfida alla forza di gravità: l’impulso dell’uomo a sollevarsi da terra e muoversi nell’aria, guadagnando così una prospettiva diversa sulla vita. In sintesi, l’area semantica dell’acrobazia ci ricorda ogni volta che:
1) tipico della condizione umana è essere ancorato/schiacciato a terra dalla forza di gravità – la materia, gli attriti, il peso in eccesso, i soldi in difetto …;
2) sollevarsi da terra, anche solo per un attimo, è fantastico: ci fa sentire come angeli, se non addirittura come dèi;
3) non tutti e non sempre possono sperimentare quella condizione; e se lo fanno, è comunque a prezzo di pericoli mortali.
Ditemi, allora, chi può rimanere indifferente al fascino dell’acrobazia? Chi non rivive, al suono di quella parola, qualcosa di se stesso e della proprio destino? Anzi – esagerando un po’ – non c’è in quella radice il DNA stesso della nostra specie e della sua evoluzione?

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L’evoluzione dell’uomo.

Fino all’acrobazia estrema – eppure ormai a portata di … piede – di una passeggiata in assenza di gravità.

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In fotogramma di “Gravity” (2013).

Sono finito a parlare di shuttle e missioni spaziali, mentre mia intenzione era parlare di acrobazie ben più quotidiane: quelle del semplice mettersi “in punta di piedi”. E non mi riferisco all’arte della danza classica, che è una delle esemplificazioni più chiare di quanto già detto.

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Edgar Degas, Danseuse.

Penso invece a qualcosa ancora più a portata di … piede: penso a chi, dopo un attimo di esitazione davanti alla scarpiera, decide che è finalmente giunto l’attimo magico di issarsi su un fiammeggiante tacco 12.

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Pubblicità di scarpe.

Ma sì, pensateci bene, sono solo 12 cm, ma non è mica facile camminare da lassù, non è facile tenere l’equilibrio, non è facile nemmeno evitare cadute (non ultime, quelle di stile). Sono solo 12 cm eppure, a saperci andare, ci si sente diverse: più leggere, più slanciate, più sicure di sé, persino più fortunate … Sarà perché si è più distaccate dal peso della terra, perché si riassetta l’equilibrio e si cerca di essere più fluide, più danzanti; oppure sarà per quel dondolamento ipnotico che, dal bacino, contagia ogni parte del corpo. Solo 12 cm, certo, ma bastano a dare la vertigine di chi attraversa in bilico la notte o, semplicemente, una giornata in ufficio. Da lassù, comunque, l’orizzonte è diverso – è questo che conta – e promette avvistamenti di terre ignote: approdi d’amore ed eros forse, o forse ’soltanto’ isole dove vivere in armonia con se stessi.

POST SCRIPTUM. I voli pindarici di questo lungo post mi ricordano che anche l’etimologia è un’acrobazia. In fondo non lo è ogni forma di conoscenza? Almeno nel senso che l’Ulisse dantesco dava al suo “folle volo”:

«Fatti non foste a vivere come bruti
ma per seguire virtute e canoscenza»

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