Metis: piccoli esercizi di intelligenza pratica (parte 1)

Il Classicista ha l’onore di ospitare parte dell’intervento che il Professor Riccardo Fedriga ha tenuto al Festival della Comunicazione (Camogli, 10-13 settembre 2014). La prima parte è quella direttamente dedicata al mondo antico; ma non meno interessante sarà la prossima, in cui lo storico delle idee ci parlerà – con la sua consueta brillantezza – di Manzoni, Hitchcock, Bulgakov, Papa Francesco e altro ancora.
Buona lettura (e ancora grazie al Professor Fedriga per la gentile concessione!)

Sbrogliarsela, trarsi d’impiccio, trovare la soluzione per ogni problema, escogitare vie d’uscita grazie all’uso di stratagemmi e giochi d’astuzia messi in atto grazie all’uso di un particolare tipo di intelligenza, quella pratica, sono da sempre le qualità delle menti astute.
L’astuzia dell’intelligenza pratica ha origini antiche. Risale alla mitologia greca nella quale, come narra Esiodo nella Teogonia, è una divinità, Metis. Raccontarne la storia, nei suoi mille travestimenti, serve allora a smentire lo stereotipo che vuole un’opposizione tra la sophía, l’intelligenza che pone i problemi, e la metis, che fa il lavoro sporco e li sbroglia. Lungi dall’essere secondaria, l’intelligenza pratica è anzi decisiva perché permette di trarre vantaggio dalle situazioni e ottenere il risultato sperato evitando, nel contempo, le insidie del mondo.
Figlia di Oceano e Teti, Metis era l’unica dea in grado di unire alla conoscenza delle cose la “tecnica”, cioè quell’abilità di tradurre in pratica le conoscenze teoriche. Prima sposa di Zeus, prevedendo forse il proprio destino, la dea cerca in ogni modo di sottrarsi all’abbraccio del Signore degli Dei ricorrendo a una serie di astute trasformazioni. Ma a nulla serviranno le continue dissimulazioni di Metis, perché Zeus la divorerà brutalmente, ingoiandola: sazio di metis, Zeus può così fare uso delle sue qualità e mascherare di continuo il suo vero aspetto, escogitando mille stratagemmi per avere la meglio sulle proprie vittime. Introiettando Metis e dando lui stesso alla luce sua figlia Atena, Zeus si appropria, oltre che dell’intelligenza, anche dell’astuzia ed esercita su di essa il proprio controllo. Con il sacrificio di Metis si può dire che nasca un embrione di organizzazione della conoscenza pratica; e ciò avviene sulla base di un sapere situato – in Zeus – e distribuito – agli Dei: cioè per suddivisione dall’alto delle competenze nell’agire. Per questo Esiodo definisce la dea colei «che sa più di tutti gli dèi e gli uomini mortali» (Teogonia, v. 887). Diversamente dalla furbizia, dal raggiro e dall’inganno (dolos), infine, l’intelligenza astuta è quell’insieme di abilità e di competenze, utili all’uomo di potere come allo stratega, all’artigiano come al nocchiero (“in mezzo al mare spumoso dirige rapida la nave, per quanto battuta dai venti, Odissea XXIII), al fine raggiungere il proprio obbiettivo.

Come ricordano Marcel Detienne e Jean Pierre Vernant, autori di uno studio magistrale su Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia (1978), Omero è il primo a mettere in scena nel mondo degli uomini la metis. La vicenda è quella della corsa tra i carri tra Antiloco e Menelao (Il. XXIII, 305-348).

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Gara dei carri sull’anfora di Casalta, Scuola del Pittore di dinos (420 d.C.)

Approfittando di una improvvisa strettoia fangosa della pista, Antiloco fa rallentare il carro, rischia l’incidente con quello rivale e, così, approfittando del timore di uno scontro, riesce a distanziare il più veloce Menelao. Giunto il momento del ritiro dei premi, Menelao accuserà il giovane rivale di un “astuzia da pazzo”; Antiloco, dando prova di essere effettivamente dotato di metis riconoscerà con saggezza la propria dissennatezza e restituirà al più anziano rivale il premio. Ma Menelao, a sua volta, tornerà a restituire il premio all’avversario con la giustificazione della sua giovane e irruente età. I due contendenti risultano così dotati entrambi di metis, perché Menelao si appropria con astuzia di una vittoria morale, dando prova di saggezza, mentre è grazie all’astuzia che il giovane Antiloco si porta a casa il premio, facendo comunque credere di essere assennato. Un doppio gioco, un rispecchiamento intrecciato che non sarebbe dispiaciuto all’Orson Welles del terzo uomo e, forse anche all’Hitchcock di Vertigo.
Tornando ai greci, astuto è in questo senso senza dubbio Ulisse, il quale, proprio grazie a queste capacità, riesce a trarsi d’impaccio in ogni situazione, dal cavallo di Troia sino all’Isola dei Feaci, da Circe sino al ritorno a Itaca. Attenzione, quest’astuzia non è un gioco logico, una partita a scacchi: Ulisse non potrebbe dare prova di grande métis se non si trovasse effettivamente in situazioni che richiedono l’applicazione pratica, e in tempi rapidi, della propria intelligenza. Una sorta di azione irriflessa – e qui si comprende bene il senso del fiero pasto di Zeus – dettata dal fatto che si avverte di dover agire in un determinato modo. Questo “avvertire irriflesso” – quello che gli inglesi chiamerebbero awareness – è il segno di un ragionamento pratico che si adatta di continuo alla situazione in cui ci si trova a operare.
L’astuzia della ragione, poi, sta nel saper cogliere la circostanza favorevole in ogni occasione e, all’occorrenza, addirittura di crearla. Per Platone e Aristotele, essa è rapidità d’azione, prontezza di spirito, come nel caso della levatrice che con destrezza e rapidità sa quando tagliare il cordone al neonato. È il sapere congetturale del medico che fa la diagnosi o la rapida comprensione di una situazione sempre nuova da parte dell’uomo di potere.
Date le proprietà che presenta, non è difficile rilevare che, sovente, per rendere le qualità dell’astuzia/metis la letteratura abbia fatto ricorso alla personificazione con gli animali. Nel III secolo d.C., il poeta Oppiano di Apamea scrive due trattati, uno dedicato alla pesca e uno alla caccia. Nel primo il mare è descritto come un mondo di trappole, astuzie e reti in cui gli animali più deboli, per sopravvivere, devono mettere in atto comportamenti astuti. Fra tutti, il più astuto è il polpo:

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Brocca con polpo, ceramica dipinta in stile marino (1550-1500 a.C.)

Grigio, immobile, si confonde con lo scoglio ed evita, così, di essere una facile preda. È poi multiforme ed enigmatico. Un essere dalle cento teste. Un labirinto vivente. Non ha né un davanti né un dietro, nuota di traverso con gli occhi davanti e la bocca di dietro. Confonde l’avversario e si rende infine inafferrabile emanando una nuvola d’inchiostro. Nel secondo trattato, quello sulla caccia, l’animale che incarna l’astuzia suprema è, ovviamente, la volpe.

Testo di Riccardo Fedriga

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