Metis: piccoli esercizi di intelligenza pratica (parte 2)

Nella parte finale del suo intervento dedicato alla dea Metis, il professor Fedriga offre (fra l’altro) una lettura originale del Maestro e Margherita di Bulgakov. E di Papa Francesco.Nel gioco di specchi tra realtà e finzione, doppiamente astuto è Bulgakov. Lo è quando crea non solo diversi livelli narrativi, ma addirittura quando fa sì che i due romanzi che compongono Il Maestro e Margherita, si scambiano messaggi tra loro. È il caso del romanzo di Woland, il diavolo, (e del Maestro) e di quello di Pilato.

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Woland, uno dei nomi tedeschi del diavolo (cfr. Faust), è alto, evanescente e ondivago, vestito in modo eccentrico, che si presenta in visita un afoso pomeriggio di maggio ai Patriaršie Prudy, i Giardini degli stagni di Mosca, in visita a un agghiacciato Berljioz, direttore dell’associazione letteraria Masolit («il cui cuore precipitò nel nulla, poi si riaffacciò alla vita, ma come trafitto da un ago spuntato») – non si dimentichi che il compositore che porta lo steso nome aveva scritto La Damnation de Faust. Woland fa discorsi strani. Sostiene di essere stato a colazione con Kant, di aver discusso con lui della cinque (più una) critiche alla prova ontologica, predice quella che sarà poi l’effettiva e imminente morte di Berlijoz (lui e la sua troupe – il valletto Korov’ev, un ex maestro di cappella sempre vestito con abiti grotteschi, il gatto Behemot, il sicario Azazello, il pallido Abadonna, con il suo sguardo mortale e la strega Hella – sono scesi nella Mosca con il compito di organizzare un sabba, coinvolgendo Margherita).
Parte di quella forza che “eternamente vuole il male ed eternamente compie il bene”, Woland è un “diavolo smascheratore”. Giunto nella variopinta Mosca degli anni Venti e poi vissuto in quella cupa e vile dei Trenta, ha il compito di porre l’uomo di fronte alla responsabilità delle proprie azioni, futili quanto evanescenti. Per farlo Woland attraversa, rivelandoli ma senza darlo a vedere esplicitamente, i grotteschi aspetti di una città, Mosca, e dell’ideologia totalitaria che la governa: è così che Woland compie il bene, perché il lettore si trova di fronte al resoconto degli aspetti meschini e contraddittori, negativi e ridicoli della società sovietica. I vizi e il contrasto tra il linguaggio ufficiale, vuoto e conformista dell’ideologia sovietica, e la realtà degli egoismi meschini, del filisteismo quotidiano, la reale delazione le dissimulate indignazioni dei falsi moralisti. Ogni cosa è governata dall’ambiguità, dalla doppiezza, dalla furbizia per la sopravvivenza spicciola. Tutte qualità essenziali all’umano e che sembrano scatenarsi e approfittare del regime, come in un Sabba tragico, per venire alla luce.
Nate come un sogno, le speranze della Mosca degli anni Venti invecchiano presto nell’incubo della palude stagnante del regime. Ma è ovvio che questa città del Male non può essere raccontata con “le parole veridiche” del romanzo ambientato a Gerusalemme (Eršalam), dove l’interrogatorio del Cristo non è mascherato ma narrato con precisione e realismo, reale è la lotta dei poteri, reale e operativa la polizia segreta, e vera è l’esecuzione. Mentre, come fa giustamente notare Margherita Crepax nell’introduzione alla sua splendida traduzione (l’altra che consiglio, molto bella è quella Einaudi di Vera Drisdo), quello di cui non si parla, e non si può parlare a Mosca, è parodiato grazie all’azione involontariamente dissimulatrice di Woland, con le celebri frasi che svolgono il ruolo di spie della meschina simulazione di un regime dove ogni cosa è mistificazione: «I manoscritti non bruciano» (mentre la prima stesura del Maestro venne confiscata e bruciata); «Dire la verità è bello e piacevole» (soprattutto in Siberia); «Questo storione è di seconda freschezza» (chi lo mangiava se non i burocrati); «Questo è un fatto. E i fatti sono la cosa più ostinata del mondo». (La storia si è poi incaricata di mostrare di quale sostanza ideologica fossero, e forse anche oggi nel liberalismo finanziario, sia quel genere di fatti)

E oggi? Al di là del perenne ritorno al poien greco, al fare, all’intelligenza pratica del saper montare e smontare parole nei poemi – Stefano Bartezzaghi ricorda in merito la “scattante e inimitabile macchinetta linguistica di Scialoja: “La stanza, la stizza, l’astuzia/di quando abitavi a Venezia – come ci hanno insegnato il Cimitero di Praga e Numero Zero, i veri astuti sembrano scarseggiare, soprattutto tra gli uomini di potere. Ma non è mai detto. Molto astuto potrebbe essere, mettiamo, quell’uomo di chiesa che, appartenendo alla Compagnia di Gesù e trovandosi a gestire il potere sul soglio di Pietro, facesse un uso interno alla curia della grande tradizione del suo Ordine, talvolta così spietata da esibire, attraverso i perfetti meccanismi di una sapiente dissimulazione, tutto il peso della sua potenza, e, nel contempo, lo stesso astuto si presentasse al mondo sotto le ecumeniche insegne dell’evangelico farsi prossimo, vestendo non solo i panni ma anche il nome della povertà cristiana per eccellenza, quella francescana.

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Testo di Riccardo Fedriga

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