Museo immaginario – ENTRATA- C’era una volta una Musa, seduta sul monte Elicona

La sala all’entrata del Museo Immaginario, non poteva che essere dedicata a loro: alle Muse, figlie di Mnemosyne e Zeus.

Certo, perché un ‘museo’ non ha senso senza di loro — tanto più se è immaginario, come il nostro. Ma se sono collocate proprio all’ingresso, non è solo per accogliere chi entra in questo mondo immaginario, ma anche per ammonire chi ne esce e torna alla realtà di tutti i giorni: per ricordargli cioè che un mondo senza Muse, che non sa ricordare e non sa più dire, con voce suadente: «C’era una volta …», assomiglierebbe molto agli scenari dei sogni peggiori.

1
Una figura solenne di donna, dai neri capelli raccolti in un foulard, tiene la mano immobile sulle corde di lira, seduta sul declivio di un monte. Ai suoi piedi una colomba l’osserva con devozione:
«Che cos’ha, oggi, mia Signora? Non è consueto sul suo volto quel pallore lunare: le dita sfiorano le corde, ma il capo reclina mesto e lo sguardo velato erra lontano. Qualcosa turba i suoi pensieri?»
Allora la Musa, sollevando appena le dita dalle corde:
«Questa notte», risponde, «ho fatto un sogno davvero strano e non riesco a fare a meno di ripensarci»
«Il sogno di un dio è, per metà, già realtà», tuba la colomba, «Mi piacerebbe tanto poterlo ascoltare»
E allora la Musa cominciò.

2
«Sedevo su una roccia all’ombra di un grande frassino, qui, alle pendici dell’Elicona — e insomma tutto era come adesso, salvo che c’era molta gente intorno a me: uomini e donne, vecchi e bambini, arrivati ad ascoltarmi da ogni parte del mondo. Aspettavano che raccontassi, accompagnandomi con la lira, storie di dèi ed eroi e memorie di uomini vissuti un tempo lontano. E io, dal Tutto che ho visto, vedo e vedrò, sceglievo le storie da cantare: due giovani pugili si sfidano inseguendo un grande amore; un acrobata nell’arena, mentre sopra le corna di un toro immane, guarda in fondo agli occhi della morte e della vita; un atleta con il sorriso a fior di labbra attraversa mille e mille anni di storia; un eroe nobile e sfortunato cerca, con un’invenzione, di liberare gli uomini dalla guerra; Eros racconta le sue leggi ad una fanciulla cullata sull’altalena …
Tutto questo volevo cantare, e ancora altro, perché non lo cancellasse l’oblio.
E così, accordata la mia lira, stavo già per iniziare.
Fu allora che … ecco, è quel pensiero che mi inquieta ..»
«Perché, mia signora, che cosa è successo poi?»
«Io cantavo, mia cara amica, ma la mia voce era soltanto il più debole dei sussurri. E pur sforzandomi non riuscivo ad emettere altro che suoni impercettibili: come un pittore che dipinga solo sfumature di bianco, o uno scultore che scolpisca nell’aria.
«Deve essere stato terribile», commenta la colomba bianca.
«Allora un fremito percorse la platea: “Che succede’”, — si chiedevano — perché non riusciamp a sentirla?”. E qualcuno s’avvicinava, nella speranza di capire; qualcun altro, invece, già iniziava ad andarsene.
Era come se la vita, dentro, mi svanisse. Il calore del sangue, il fremere della pelle al vento, gli odori, i profumi … Non sentivo più nulla. Che orribile sensazione: diventavo una statua di freddo marmo, un’immagine dipinta su un vaso, senza più corpo né volume. O forse, chissà, io stessa ero solo un fantasma come quelli evocati dal canto … il fantasma che in quel momento una divinità stava cantando, in un altro mondo, più vero».
Ora la Musa ha smesso di raccontare: la colomba, ai suoi piedi, tace, le piume arruffate da un brivido di orrore; e tace l’Elicona intorno, come se ogni forma di vita l’avesse abbandonato.

3
«Ecco, ora sai perché ti appaio pallida come la luna: ancora mi vedo prigioniera di un’immagine — mentre, con un filo di voce, sussurro parole che nessuno — uomo o donna o bambno — nessuno riesce più a percepire …»
«Un demone maligno deve esere entrato nei suoi sogni, questa notte», tuba la colomba, «Ma, se imbraccerà la lira e inizierà a cantare, forse, come le tenebre si dissolvono nell’alba, così anche quella paurosa visione svanirà”.
La Musa parve pensarci un po’.
Poi la mano sfiorò la lira e il canto cominciò:
«C’era una volta, in un mondo lontano…»
E già l’armonia del suo canto rischiarava l’aria intorno.

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