Museo immaginario – L’ultimo sguardo del re

La Sala di Micene offre al visitatore un’esperienza eccezionale di realtà aumentata: lo sguardo dell’immortalità.

Basta indossare una maschera mortuaria in oro massiccio simile a quella famosa di Agamennone, ma appartenuta al fratello Menelao. Di lui Omero ci dice che, di tutti gli eroi della guerra di Troia – Achille, Ettore, Agamennone, Paride, Aiace … – fu uno dei pochi a raggiungere la vecchiaia; e soprattutto che, in quanto marito della divina Elena, ebbe in sorte un destino di immortalità, da trascorrersi in una specie di paradiso terrestre. Siete pronti, dunque, per vedere con i vostri occhi gli ultimi giorni di vita di chi sta per entrare nell’immortalità? Mentre, da sotto quella maschera, le immagini inizieranno a mettersi a fuoco, in sottofondo riconoscerete subito un suono tanto incantevole quanto familiare…

1. Un badante per Menelao
«Più vicino, schiavo, portami più vicino al mare!»
«Sire, se ci avviciniamo ancora le onde bagneranno il trono, come è successo ieri»
«E tu la chiami “trono”, questa carrozzina? Esegui gli ordini, piuttosto»
Sì, voglio ascoltare il canto del mare, voglio farmi inebriare dal suo odore di sale, di avventure e libertà.
«Ecco, così. Ma dimmi, che stavo dicendo, prima di quest’interruzione? Ah sì, la solita cosa: che disgrazia, la vecchiaia! Vedi come mi ha ridotto? Io, il grande Menelao, re di Sparta, genero di Giove; io che comandavo l’esercito alleato dei Greci a Troia, ora non so più comandare nemmeno alle mie gambe, alla mia schiena, alle mie ginocchia sfatte.
«Non dica così, mio re»
«Dico quello che mi pare … Piuttosto: lei dov’è?»
«Lei chi, sire?»
«Che domanda stupida: Elena, la mia regina!»
«Mi obbliga a ripetere le solite cose cento volte … è rimasta a Sparta, la regina»
«E tu ripetile cento volte, se te lo chiedo. E portami più vicino al mare, forza!»
Ma che volevo dire, maledizione? Qualcosa di importante, lo so; ma con tutte queste interruzioni finisce che mi sfugge.
Come una di quelle nuvole laggiù.

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2. Castelli di sabbia (e altre illusioni)
Qui, davanti al mare, immerso nel salmastro dell’aria e nel rumore delle onde che lambiscono questa dannata carrozzina, qui un po’ riesco a calmarmi. Talvolta mi sembra, anzi, che la miope nebbia dei miei occhi stanchi si dissolva e io possa mettere a fuoco meglio le cose e comprenderne il significato. È qui dunque che devo stare se voglio cercare di afferrare il segreto.
«Ehi, ragazzo, ma che succede laggiù?»
«Dove, sire?»
«Laggiù, non vedi? La marea trascina un cadavere sulla spiaggia … per Zeus, perché nessuno fa niente?»
«Ma che dice, mio re?»
«Potrebbe essere uno dei capi greci che solo ora il mare si decide a restituire alla sua terra»
«è solo un tronco d’alberi, non vede? Solo un vecchio tronco trascinato dalla corrente, niente di più! Ma che fa, adesso? Ahi, ahi, no, non mi bastoni, la prego! Non è colpa mia se non vede più come quando era giovane»
«Hai ragione, scusami, hai ragione… ora mi calmo»
Sì, che colpa ne ha questo poveretto? La vecchiaia ne ha colpa – che sia maledetta. È come un vento furioso che ti entra in casa e la devasta: strappa le abitudini, scompiglia i ricordi, cambia di posto le cose – le chiavi di casa, le pentole, il pettine, le forbici … E il calendario che avevi sempre tenuto alla parete? Lo scompiglia del tutto, facendo volare via i fogli al punto che non capisci nemmeno che giorno è oggi.
«Ora mi calmo, ragazzo»
Che strano, però! Per tutta la vita, un uomo, si guarda allo specchio e in quel riflesso s’immagina (o sogna) un’immagine solida, immutabile come quella di una statua o di una maschera. Quando è giovane, ciò avviene per l’ebbrezza cieca della sua vitalità; quando è maturo, invece, per l’imposizione dei suoi compiti – genitore, maestro, giudice oppure capo di popoli, come è successo a me. Infine, arrivato al punto in cui può solo voltarsi indietro, s’accorge che quel castello di se stesso era costruito con la sabbia, troppo vicino al mare.
«Maledizione, schiavo, ho freddo, mettimi addosso una coperta»
Sì, ora niente maschere, niente statue, niente castelli … non c’è più nulla di tutto questo nei miei occhi, ma solo forme in continuo movimento, trascinate da una corrente inarrestabile.
A proposito:
«E lei, schiavo, dove hai detto che è?»
3. Nello specchio del mare
«Guarda, schiavo! È tornato anche oggi»
«Chi, sire? Ancora questa storia del Vecchio del Mare?»
«Sì, il dio Proteo»
«E dove sarebbe, sentiamo?»
«Ma sei cieco?! Laggiù all’orizzonte, dove il grigio del mare si confonde con quello delle nuvole»
«Sire, si calmi. Anzi, torniamo a casa: quest’aria non giova ai suoi nervi»
«D’accordo, mi calmo, ragazzo. Ma tu non muovermi da qui: ho bisogno di stare con lui »
Povero schiavo, crede che abbia le allucinazioni: la verità è che certe cose si avvistano meglio nella vecchiaia. E poi quest’apparizione è una grande fortuna perché Proteo ha a che fare con il prezioso tesoro che devo afferrare.
«Conosce tutto, il Vecchio del Mare; e molti di quello che ho imparato nella mia vita, lo devo al giorno lontano in cui, a rischio della mia stessa vita, decisi di scontrarmi con lui. Non chiedermi quanto tempo è passato e nemmeno come è successo. So soltanto che avevo scoperto il suo nascondiglio e come strappargli i segreti per condurre felicemente in porto la navigazione della vita»
E quando, all’orizzonte, lo rivedo quel nostro miracoloso incontro mi torna in mente, come se lo rivivessi.

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«Ora ti racconto come andò quel giorno, ragazzo: e lo farò senza incertezze, vedrai!, senza un solo vuoto di memoria.»
4. Le metamorfosi di Proteo
«Per sorprenderlo mi sono avvolto in una pelle di foca e ora striscio sulla sabbia bagnata confondendomi con le altre foche del branco – che odore immondo mi sento addosso, ma devo resistere a tutti i costi»
«Lei, sire, travestito da foca?!»
«Shhh, taci ragazzo, perché proprio in questo momento Proteo esce dalla schiuma del mare e s’avvicina. Conta le foche come un pastore il suo gregge: e ora ha appena contato anche me, senza accorgersi dell’inganno. Dunque è il momento propizio: appena s’allontana, lo attaccherò. Ancora un attimo … ora! Getto lontano questa pelle immonda, salto fuori dalla sabbia e gli sono addosso per stringerlo con tutte le forze. Ah, come si stupisce, il dio, quando comprende di essere caduto nella trappola di un umano. Ma il peggio viene adesso, lo so: se voglio raggiungere lo scopo devo dar prova di estrema forza e coraggio. Proteo infatti, per spaventarmi e mettermi in fuga, userà la più potente fra le armi»
«Che arma, sire?»
«L’illusione!»
«L’illusione?! Non capisco proprio»
«Allora ascolta attentamente. “Chi sei, sconosciuto?”, mi grida e poi: “Non hai paura di stringere fra le braccia un leone?”. Eccola, dunque la terribile forza dell’illusione: perché, davanti ai miei occhi increduli, all’improvviso la pelle di Proteo si è ricoperta di un fitto pelo fulvo e gli occhi sono diventati gialli e i capelli si sono allungati in una gialla criniera; il ruggito dalle sue fauci, poi, è qualcosa di terribile e mi spaventa come la più tremenda tempesta. E insomma sono lì, addosso a un leone, e pur sapendo che si tratta solo di un’illusione tuttavia, t’assicuro, sento intorno a me odore di savana e vedo gazzelle correre come se appartenessi anch’io al branco; e non so come riesco a restarmene lì, su di lui, e a tenerlo fra le braccia, senza darmi alla fuga»
«E poi, mio coraggioso re?»
«Quando Proteo s’accorge che non mollo la presa, ecco un altro inganno: il leone s’ingrandisce a dismisura e la curva della schiena e le fauci si fanno ancora più grandi, mentre dal naso inizia ad uscirgli un fumo denso e ovunque si spande un odore mille volte più immondo di quello delle pelli di foca»
«Un drago!»

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«Non immagini il mio orrore, avendo davanti a me l’illusione di guerrieri uccisi dalle sue zanne e di terre bruciate dal suo fiato. Non chiedermi come riesco, ma ancora resisto a tenerlo stretto, fra le braccia. E Proteo, che non se ne capacita, urla: “Chi sei tu, dunque? Che vuoi da me?”. Ma non si dà per vinto; dal cilindro delle sue illusioni ne estrae una più tremenda ancora: “Se gli animali non bastano”, pensa, “mi farò elemento”; e così in un attimo il drago si trasforma nella furia del fuoco e mi trovo avvolto da fiamme e da grida disperate di uomini e donne e bambini in fuga. “Scappa, sconosciuto, allontanati finché sei in tempo!”, mi gridano. ma neanche così Menelao, il distruttore di eserciti, lo sposo di Elena divina s’arrende. Allora Proteo muta di nuovo e si fa tempesta d’acqua che alza contro di me onde alte come montagne. Le vedo arrivarmi addosso con il più terribile dei fragori e ormai mi sommergono, lasciandomi senza respiro, sprofondato sui fondali fra pesci e vecchi relitti…»
«E allora, mio sire?»
«E allora anche da quel diluvio riesco a riemergere e sempre tengo prigioniero nelle mie braccia il Vecchio del Mare. Solo allora, sentendosi sconfitto, riprende le sue vere forme: “Chi sei dunque tu, che conosci i miei segreti e non ti spaventi delle mie illusioni?”»
5. Profezia di immortalità
«Fu così che Proteo accettò di confidarmi i suoi segreti. Mi disse in che modo avrei fatto ritorno a Micene, vincendo le mille insidie del mare; mi raccontò il destino degli altri comandanti dispersi dopo la presa di Troia: mio fratello, Odisseo, Aiace … E tante altre cose mi svelò, la più straordinaria delle quali per ultima, prima di inabissarsi in mare: “I Celesti, o Menelao, ti invieranno un giorno ai confini della terra, nei campi Elisi, là dove risiede Radamanto e per gli uomini la vita scorre senza preoccupazioni. Non si vede mai la neve, laggiù, né pioggia o lungo inverno, e un dolce vento rinfresca coloro che vi abitano. Questo sarà il tuo destino perché, sposando Elena, ti sei imparentato con Zeus”»
6. Fra illusioni e realtà
«Che ti dicevo, ragazzo? Ho raccontato tutto d’un fiato, ricordando i minimi dettagli senza incertezze»
«Davvero è una storia incredibile, mio re»
Sì, è davvero strano: in questo inverno gelido della vita, dimentico i giorni della settimana, i volti dei miei figli, le chiavi di casa … e ricordo invece ogni dettaglio di quell’incontro, ogni istante delle sue trasformazioni. Devo dedurne che di una vita sopravvivono solo le illusioni? È questa la lezione che volle darmi il Vecchio del Mare?
«Sire, il sole ormai tramonta e fa freddo: è ora di tornare a casa»
«Un attimo, schiavo: sto pensando»
Prendi i sogni, per esempio! Per quanto folli e paradossali possano essere ti paiono realtà, fin quando sogni. Ma non appena ti svegli e torni alla vita consueta, di essi rimangono soltanto immagini indistinte e sconnesse: lontani, vaghissimi ricordi. Ed è proprio qui il bello! Che differenza c’è, infatti, se li metti vicino agli altri ricordi, cioè quelli generati da fatti veramente accaduti?
«Ancora un attimo, ti ho detto! Sto per afferrare quella nuvola preziosa»
Spesso ripenso alla grandiosa spedizione contro Ilio – è naturale. Mi chiedo se è successo davvero che, insieme a mio fratello Agamennone, mi sia imbarcato con una flotta di duecento navi da guerra per andare a riprendermi Elena, mia moglie; se davvero ho trascorso dieci anni della mia vita là, sotto Ilio, estate e inverno, inverno ed estate; e se, nel combattimento decisivo attorno alle navi sulla spiaggia, davvero ho ucciso Pisandro, Iperenore, Dolope, e poi Toante e tanti altri, come scrivono i libri di storia – o se invece tutto è solo il frutto di un lunghissimo sogno. E poi Ilio distrutta che fuma e gli anni spesi sul mare nella speranza del ritorno … Sì, anche questo mi sembra sogno: e ogni cosa della mia vita si confonde come, in questo crepuscolo invernale, si confondono il cielo e il mare.
È forse questa la perla preziosa che devo consegnarti?
«Schiavo!»
«Sì?»
«Ma lei dov’è»
7. Dove è lei?
Elena.
Anche se manca, la vedo sempre, sai?, la vedo dappertutto.
Nelle nuvole la vedo come era la prima volta che ci incontrammo – potrei descriverti per ore i suoi capelli, le sue ciglia, il colore delle sue labbra; nel vento sento le parole delle nostre prime notti d’amore, nelle onde del mare vedo, ogni volta che voglio, il luminoso giorno in cui ci sposammo. E vedo invece, in ogni ombra che getta il sole sulla terra, l’incubo del suo rapimento e di ogni giorno trascorso senza lei.
La mia regina Elena.
Ogni cosa, in ogni istante mi parla di lei, anche se non c’è. Non fa differenza, dunque, fra realtà e illusioni, sogni o incubi, presente o ricordi – e nemmeno immagini di futuro. Lei è ovunque, per me.
Ricordo bene, a Troia, come mi guardavano mio fratello e Achille per questo amore che in nessun istante voleva lasciarmi. La mia debolezza, la chiamavano. Perché sapevano vedere solo la bellezza del suo corpo ed erano ciechi davanti all’abbagliante divinità della sua essenza. Io però, aiutato anche dalla nebbia della vecchiaia che lentamente cadeva sui miei occhi, in lei vedevo anche altro, ragazzo; e, attraverso lei, comprendevo sempre di più la vita e il mondo intorno. Fino ad afferrare il significato dell’immortalità che Proteo mi aveva profetizzato un giorno.
«Perché sorride, mio signore?»
«Perché ho finalmente afferrato la nuvola che mi sfuggiva»
Saprai farne tesoro, ragazzo?
«Quale nuvola? Non capisco, sire»
«Non importa, capirai»
«Posso però dirle che il suo volto è ancora bellissimo, quando sorride?»
«Grazie, schiavo. Ora, però, riportami da lei.»

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