Due cose immortali scritte da Platone sull’amore omosessuale – I. Il mito dell’androgino

Volevo fare una premessa per dire quanto complessa e delicata sia la questione dell’omosessualità nel mondo antico – come in quello moderno.

E come questa complessità, in molti casi, abbia portato a dire (e fare) cose di sconvolgente stupidità e meschineria e crudeltà, oggi come qualche secolo fa. In particolare avrei voluto chiedere al lettore un minuto di silenzio davanti a un fatto culturale noto, ma non per questo meno agghiacciante: cioè i lunghi secoli trascorsi a negare ostinatamente e ottusamente che sì, anche presso i mitici Antichi quella certa pratica sessuale era contemplata, all’interno (e al di fuori) di precise convinzioni culturali. Quando il fatto era evidente e conclamato in qualsiasi testo si fosse aperto a caso, e persino nel Simposio, e cioè nel cuore del Platone dell’amor platonico – anzi, in quello soprattutto come vedremo presto.
Poi però mi sono detto: stai a vedere che, in così poche righe, finisco soltanto ad aggiungermi alla lista di chi ha scritto e detto sciocchezze e ottusità. Così, lascio perdere la premessa e passo subito al dunque. E il dunque non è altro che ricordare due passi spettacolari di quel dialogo, in cui l’ideale sommo dell’amore assume appunto la forma dell’amore omosessuale.
Il mito dell’androgino

Il primo è uno dei passi più belli e famosi del corpus platonico: il mito dell’androgino. Come noto, il Simposio è il racconto di una leggendaria notte ateniese del 416 a.C. trascorsa da Socrate & C. a dialogare sull’essenza dell’amore – sulle sue cangianti sembianze e la sua divina potenza. Il mito che ci interessa è il contributo apportato a quel dialogo dal comico Aristofane:
«Bisogna innanzi tutto che sappiate qual è la natura dell’uomo e quali prove ha sofferto; perché l’antichissima nostra natura non era come l’attuale, ma diversa. In primo luogo l’umanità comprendeva tre sessi, non due come ora, maschio e femmina, ma se ne aggiungeva un terzo partecipe di entrambi e di cui ora è rimasto il nome, mentre la cosa si è perduta. Era allora l’androgino, un sesso a sé, la cui forma e nome partecipavano del maschio e della femmina …»
Il nucleo di questo mito riguarda la natura di ogni essere umano in quel tempo lontano – una natura profondamente diversa da quella attuale:
«La forma degli umani era un tutto pieno: la schiena e i fianchi a cerchio, quattro bracci e quattro gambe, due volti del tutto uguali sul collo cilindrico, e una sola testa sui due volti, rivolti in senso opposto; e così quattro orecchie, due sessi, e tutto il resto analogamente, come è facile immaginare da quanto s’è detto. Camminavano anche ritti come ora, nell’una e nell’altra direzione; ma quando si mettevano a correre rapidamente, come i saltimbanchi fanno capriole levando in alto le gambe, così quelli veloci ruzzolavano poggiando su quei loro otto arti …»

andro3

Con tale costituzione fisica (per altro non chiarissima e non priva di aspetti comici) l’umanità di allora era diversissima anche nella sua psicologia:
«Possedevano forza e vigore terribili, e straordinaria superbia; e attentavano agli dèi. Quel che Omero racconta di Efialte e di Oto che tentarono cioè la scalata del cielo per attaccare gli dèi, è detto di loro»
(A pensarci bene il misterioso racconto propone l’ennesima variazione sul tema dei Progenitori che disubbidiscono al loro Creatore)
Fatto sta che, davanti a quella minaccia – un’umanità felice, soddisfatta e potente – gli dèi dell’Olimpo si trovarono obbligati a correre ai ripari. E lo fecero in uno dei modi più crudeli (almeno in apparenza) mai attribuiti a essere divino:
«Ma finalmente Zeus, pensa e ripensa: “Se non erro, dice, ce l’ho l’espediente perché gli uomini, pur continuando a esistere ma divenuti più deboli, smettano questa tracotanza. Ora li taglierò in due e così saranno più deboli, e nello stesso tempo più utili a noi per via che saranno aumentati di numero. E cammineranno ritti su due gambe; ma se ancora gli salterà di fare gli arroganti, e non vorranno vivere quieti, li taglierò in due una seconda volta: così cammineranno su una gamba zoppa a balzelloni”»
Ed ecco allora che questa storia tragicomica dell’umanità si trasforma nella più potente giustificazione del potere dell’amore (e del sesso) su tutti noi:
«Ognuno di noi è dunque la metà di un umano resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà»;
anche attraverso la descrizione di situazioni che, chiunque abbia letto, difficilmente potrà dimenticare. Prima su tutte la seguente:
«E se ad essi, mentre insieme giacciono, apparisse Efesto con i suoi strumenti e chiedesse: “Cos’è che volete o uomini, voi, l’uno dall’altro?”. E rimanendo quelli dubbiosi, di nuovo chiedesse: “Forse che desiderate soprattutto essere sempre quanto più possibile una cosa sola l’uno con l’altro, affinché notte e giorno mai dobbiate lasciarvi? Se questo desiderate voglio fondervi e plasmarvi in un essere solo, affinché, di due divenuti uno, possiate vivere entrambi così uniti come un essere solo, e quando vi colga la morte, anche laggiù nell’Ade siate uno, invece di due, in un’unica morte. Orsù vedete se è questo che volete e se vi farebbe lieti ottenerlo…”. A queste parole, sappiamo bene che nessuno contraddirebbe, né mostrerebbe di desiderare altra cosa, ma semplicemente avrebbe l’impressione di aver udito proprio quello che da sempre desiderava, di congiungersi cioè e di fondersi con l’amato per formare, di due, un essere solo. E la spiegazione di questo sta qui, che tale era l’antica nostra natura, e noi eravamo»
La dolce metà

Se ancora oggi usiamo o sentiamo usare l’espressione “dolce metà” per indicare il partner – sempre di meno a dire il vero, forse per la “liquidità” dei nostri amori – lo dobbiamo dunque ad Aristofane/Platone: poiché il mito ha goduto nei secoli di una giustificatissima fama, e non solo nelle dotte discussioni degli intellettuali.
Da comico a comici, per esempio, è notevole la ripresa del racconto in Tre uomini e una gamba di Aldo, Giovanni e Giacomo (1997).
La scena è infatti una significativa testimonianza della recezione popolare del mito nel mondo moderno occidentale: dove cioè, di fatto, “la metà” era intesa esclusivamente all’interno di un rapporto eterosessuale. Infatti quando, sul finale, Aldo e Giovanni provano a ricongiungere, omossessualmente, le loro due metà di mela lo fanno con effetto comico e allusivo a comportamenti ’illeciti’.

Ecco, in pochi secondi di film, l’abissale distanza fra secoli di ’cultura occidentale’ e il testo di Platone che, da questo punto di vista, racconta una storia diversissima: non erano tre, infatti, i sessi tagliati a meta da Zeus? D’accordo, le parti del cosiddetto androgino avranno il comportamento “normale” – la metà uomo che cerca disperatamente di congiungersi con la metà donna (o viceversa). Ma che ne è delle parti tagliate a metà del sesso maschile e di quello femminile? Secoli di cultura occidentale hanno cercato di censurare queste righe – proprio come se si fosse in un romanzo di Umberto Eco:
« … invece quante donne risultano parte di femmina, per nulla pensano agli uomini, ma più volentieri sono inclinate alle donne, e da questo sesso vengono le tribadi; e quanti infine sono parte di maschio danno la caccia al maschio e finché sono fanciulli, cioè fettine di uomini, amano gli uomini e godono a giacersi e ad abbracciarsi con gli uomini. E questi sono i migliori fra i fanciulli e i giovani perché sono i più virili di natura. Certo alcuni li dicono impudenti, ma è falso; perché essi non si comportano così per impudenza, ma per l’indole forte, generosa e virile, in quanto amano ciò che è loro simile […]»

arcobaleno

Non è più il paese dei miti

Che poi ci sarebbe un altro insegnamento da trarre dalla scena – ma forse è un po’ azzardato e di sicuro è triste, almeno per me. Riguarderebbe il terreno perso in pochi anni dal (mito del) mondo classico come riferimento culturale: se l’androgino che, solo nel 1997, godeva addirittura della ribalta del cinema sulle spalle dei nostri tre audaci comici, non viene scomodato oggi in tanto fervore di dibattiti e polemiche sulla questione omosessuale.

(Cliccate qui, invece, per trovare la “seconda cosa immortale scritta da Platone sull’amore omosessuale”  )

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