Due cose immortali scritte da Platone sull’amore omosessuale – II. Il “battaglione sacro” e il suo mito

D’accordo, dunque: l’amore omosessuale se ne stava sotto il sole del mondo greco con stessi diritti di cittadinanza di quello etero; ma forse un lettore moderno, fresco delle discussioni intorno alla legge sulle unioni civili, vorrà saperne di più: e l’obbligo di fedeltà, per esempio? E la stepchild adoption?Limitandosi al primo punto, il Simposio di Platone fornisce lumi a riguardo già nel discorso di apertura, con cui l’asticella della discussione intorno all’Amore è disposta subito su livelli sublimi:
« … Amore è un dio antichissimo», dice Fedro, «e così com’è il più antico, è fonte, per noi, di grandissimi beni. Non so, infatti, se vi sia un bene maggiore che avere, fin da giovani, una persona virtuosa da amare o, viceversa, che ci ami. Perché niente come Amore può dare quei principi che sono decisivi per vivere la vita in modo giusto: non la nascita, non gli onori, non la ricchezza, niente di tutti questo …»
Delle argomentazioni utilizzate da Fedro per dimostrare l’assunto, per lo più si ricorda (nella tradizione come nelle traduzioni liceali) il mito di un amore eterosessuale: quello che spinse Alcesti a morire al posto del marito Admeto – e a ragione, visto che la storia è assai bella (sebbene Admeto vi faccia una figura abbastanza meschina). Ma gli altri due esempi di amore eterno, coraggioso, leale e fedele al di sopra di ogni ostacolo vengono invece dal ’mondo gay’ – senza che Fedro debba spendere una sola parola per introdurre un amore “diverso” o, tantomeno, scusarlo.

Achille e Patroclo

Qui ci imbattiamo in una pesante crux nell’educazione sentimentale e culturale dell’homo occidentalis: da quanti secoli, ormai, un adulto – genitore, maestro, professore – viene messo in imbarazzo davanti a questa semplice (ma spesso maliziosa) domanda di un figlio o allievo?
«Ma Achille e Patroclo allora erano solo amici?»
Un imbarazzo che Fedro nemmeno concepisce. Anzi, a sentirlo parlare, fu proprio per la sincerità di quell’amore che gli dèi onorarono il Pelide più di ogni altro eroe, concedendogli il diritto di una vita dopo la morte nelle isole dei beati:
« … perché [ …] preferì scendere in campo per Patroclo, per l’amico che amava e vendicarlo e morire per lui, non solo, ma per lui morto; per questo gli dei profondamente ammirati gli resero onori grandissimi, come quello che aveva tenuto così alto nel suo cuore l’amico amato …»

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Ma non è questa la parte che ci interessa.

Un esercito e una città di amanti

Il tema del morire eroicamente in guerra per amore spinge Fedro a evocare, in poche righe, una delle più potenti e commoventi storie lasciateci in eredità dai Greci: qualcosa, per intenderci, che non ha nulla da invidiare ad Alcesti che muore per Admeto o ai Trecento spartani che difendono le Termopili agli ordini di Leonida – anche se è meno conosciuta. È la storia/mito (come vedremo, gli studiosi si dividono su questo punto) di un corpo speciale di combattenti: il “battaglione sacro” dei Tebani. Fedro vi accenna sviluppando l’argomento, già ricordato, per cui nulla più di Amore infonde in uomini e donne i migliori sentimenti e virtù; per esempio il senso di pudore e la vergogna:
«E, inoltre, io dico che un uomo innamorato, sorpreso a commettere una brutta azione o a subirla, se la sua viltà non gli consente di difendersi, non proverà mai tanto dolore se lo vede il padre o l’amico o chiunque altro, quanto se lo vedesse la persona amata, E lo stesso è per quest’ultima, che se fa qualcosa di male si vergogna soprattutto se è vista da chi la ama»
Eccola, allora, la parte che ci interessa:
«Oh, se ci potesse essere una città o un esercito composto tutto di innamorati, non vi sarebbe modo migliore di reggerlo e di vedere uomini rifuggire dal male e rivaleggiare tra loro nelle belle azioni; in guerra, poi, messi uno al fianco dell’altro, anche se in pochi, si può dire che vincerebbero il mondo intero. Perché l’uomo innamorato sarebbe disposto ad abbandonare il suo reparto, a gettare le armi sotto gli occhi di tutti, ma non dinanzi alla persona amata, piuttosto preferirebbe centomila volte morire; e, d’altronde, abbandonare la persona cara, non prestarle il suo aiuto se è in pericolo, non c’è nessun uomo tanto vile cui Amore non riesca ad infondere il necessario coraggio, come se fosse posseduto da un dio e renderlo uguale a chi è coraggioso di natura. Insomma, lo stesso soffio divino che, a quanto dice Omero, un dio infonde in taluni eroi, Amore, come un suo dono, suscita in quelli che amano»
Già soltanto come idea, l’immagine di una città o di un esercito composto esclusivamente di persone che si amano e che, per il bene dell’altro, sono disposti a sacrificare se stessi è potentissima.
Ma se non si trattasse soltanto di un mito ma qualcosa di storico e reale?

Il battaglione sacro

La prima metà del IV sec. a.C. – quando cioè Platone scrisse i suoi dialoghi – vide inseririsi nella lotta per la supremazia in Grecia un’altra città accanto alle declinanti Sparta ed Atene: Tebe. Di certo, una delle ragioni di questo successo era legata al suo esercito e alle nuove strategie di combattimento introdotte dai suoi comandanti, Epaminonda e Pelopida; e, forse, non marginale in tutto questo potrebbe essere stato appunto il “battaglione sacro”. La principale fonte a proposito è la Vita di Pelopida di Plutarco. Secondo lo storico, l’idea di questo corpo speciale sarebbe nata dall’osservazione della “sacra” determinazione, forza, abnegazione con cui affrontavano la battaglia coppie di amanti schierati vicini:
«Quando il pericolo incombe, gli uomini appartenenti alla stessa tribù o alla stessa famiglia tengono in minimo conto la vita dei propri simili; ma un gruppo che si è consolidato con l’amicizia radicata nell’amore non si scioglie mai ed è invincibile, poiché gli amanti, per paura di apparire meschini agli occhi dei propri amati, e gli amati per lo stesso motivo, affronteranno volentieri il pericolo per soccorrersi a vicenda» (Vita di Pelopida, 18)
Da questa osservazione sarebbe venuta l’idea di creare un battaglione costituito di 150 coppie di amanti – ancora il numero fatidico di Trecento, dunque. Un battaglione che, scontro dopo scontro, fece nascere la leggenda della propria invincibilità. Almeno fino alla disastrosa battaglia di Cheronea, quando, pur dando prova di estremo valore e coraggio, venne sterminato dall’esercito troppo più numeroso di Filippo (338 a.C.).

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Monumento per i caduti della battaglia di Cheronea.

Le lacrime di Filippo

Ma negli studiosi che, nel corso dei secoli, hanno confinato nel mondo del mito/leggenda questa notizia – trattata invece da Plutarco come storia a tutti gli effetti – non sarà stato forse all’opera un certo imbarazzo omofobico davanti all’immagine di questo potente esercito di amanti? Il dubbio sorge spontaneo, inutile negarlo. Allo stesso modo è vero che, essendo entrato di prepotenza nell’immaginario della cultura omosessuale contemporanea, il battaglione sacro è stato spesso sottoposto a usi fortemente ideologizzati. Risolvere la questione del vero/falso, comunque, è al di là della portata di questo blog. A noi interessava che l’idea comparisse già nel Simposio di Platone, il più importante ’trattato’ greco sull’Amore. E anche un’altra cosa stava a cuore: terminare in bellezza questo lungo post con le commoventi parole che Plutarco – nato proprio a Cheronea! – attribuì a Filippo per onorare i trecento combattenti:
«Quando Filippo, dopo quella battaglia andò a vedere gli uccisi, si fermò nel luogo in cui giacevano morti i trecento del battaglione sacro, tutti colpiti al petto dalle sarisse macedoni, con le armi in pugno e uniti insieme; fu preso da ammirazione e, venuto a sapere che quello era il battaglione degli amanti e degli amati, si mise a piangere e disse: “Possa vivere miseramente chi pensa che questi uomini abbiano fatto o subito qualcosa di indegno”» (Vita di Pelopida, 18)

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