Museo immaginario – Sala XIII: i decapitati

Ho visto musei, statue e frammenti di statue “quanti i granelli della sabbia di Libia”. Ma questa sala è diversa: in nessun’altra il Silenzio, pur non dicendo, significa, come fra queste mura.

Ma cosa?
L’atmosfera è così intensa che anche il visitatore più distratto non può non esserne coinvolto. Forse perché molte statue (e molto belle) sono raccolte in così poco spazio. Ma cosa significa?
Allora provo a lasciarmi trasportare da questa corrente invisibile. E all’improvviso ho l’impressione di essere nella folla, fra i viandanti nella piazza di un’antica città. Spinte, sudore, sguardi furtivi, odori forti, il sole a picco, grida di bambini … Ci sono ragazzi e ragazze, uomini e donne, atleti, sacerdoti. C’è anche una famiglia al completo, su un piedistallo di marmo (ritratta come in certi daguerrotipi ottocenteschi, impettiti nei loro sguardi e nelle vesti migliori, nell’attesa del lampo al magnesio).

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La mancanza di finestre, la luce artificiale bassa e soffusa, il cadenzato rumore dei passi di pochi visitatori, i custodi che non entrano, come per non disturbare il riavvolgimento del Tempo … Cerco le inquadrature giuste per gli scatti in questa sala così diversa dalle altre. Mi lascio trasportare sempre di più da questa corrente invisibile. Così, mentre guardo nel mirino, un’immagine riaffiora alla memoria.
Un guerriero giapponese vestito nella sua nobile corazza di cuoio sta inginocchiato con espressione solenne in una stanza illuminata da una tenue luce soffusa. Inginocchiata vicino, una donna lo guarda con atteggiamento solenne ed elegante. Ma trattiene le lacrime a stento. In piedi, una lunga spada sguainata fra le mani, sta un altro guerriero giapponese. Guarda per un istante fuori dalla finestra: verdi chiome di alberi oscillano al vento. Quindi, roteando il busto e le braccia in un movimento fulmineo, abbatte la lama sul collo indifeso del guerriero in ginocchio.
Dalla sezione del collo, un violento fiotto di sangue si alza verso il soffitto, come un fiore purpureo improvvisamente apparso per il gioco di prestigio di un Mago.
La testa vola via dal corpo. Rotola non lontana dalla donna inorridita.

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Decapitati.
Tutti. Uomini, donne e bambini. Senza eccezione. Sono tutte prive di testa, le statue fra cui mi aggiro, senza eccezione, anche quelle meglio conservate. Come ho fatto a non notarlo prima? È una sala di korai e kouroi bellissimi, tutti irrimediabilmente decapitati. In questo è la sua eccezionalità. E ora, davanti a questa rivelazione, i viandanti – ragazzi e ragazze, uomini e donne, atleti, sacerdoti, e anche la famiglia sul piedistallo di marmo – tutti d’improvviso si sono fermati, tralasciando ogni altra occupazione, per voltarsi verso di me. Il silenzio si trasforma in un canto arcano, in un coro muto. Come la voce di un oracolo.
Le teste rotolano nei magazzini dei musei, nei depositi degli scavi archeologici. (Le teste, le braccia e le mani sono le parti più delicate delle statue, quelle più soggette a fratturarsi, a disperdersi, a scomparire nel corso dei secoli). Ora saranno in qualche altro museo nel mondo; oppure nel retrobottega di qualche antiquario, o prigionieri nel salotto buono di qualche ricco privato. Basterebbe, allora, ritrovare le teste di queste statue per aggiungere le parole a questo canto muto? Per sentire la voce del passato, penetrando nei suoi misteri, strappando un sospiro di verità?
Un oracolo, come la testa decapitata di Orfeo, ricordate?

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Assordante, ossessivo suono di timpani e sistri che inizia lentamente a scemare. Anche le grida belluine delle Baccanti si disperdono a poco a poco nel buio e nella selva. Fra poco arriverà la luce dell’alba. Illuminerà il luogo in cui hanno orrendamente scempiato il corpo di Orfeo. La testa del divino cantore, però, è sfuggita alle loro mani assassine e, rotolando, è arrivata sino a un fiume e da qui al mare. E sono ancora aperti, gli occhi luminosi dell’uomo che è ritornato sulla terra dopo aver conosciuto i misteri dell’Ade. E ancora, mentre discende la corrente, la sua divina bocca canta un canto mai ascoltato, di bellezza senza pari — e le onde la cullano, cullate da quella voce.

Il passato esiste. Ma è un corpo senza testa. S’impone su di noi con la sua presenza di marmo. Troneggia da un piedistallo e da lì getta sulle nostre vite la sua lunga ombra. Non ce ne accorgiamo, ma condiziona ogni nostra scelta, decide le strade su cui ci muoviamo. Quando avvertiamo quell’ombra e risaliamo al suo peso di marmo voltandoci per interrogarlo, però, non sembra sentirci, rimane indifferente a ogni nostra domanda.
Il passato esiste. Si impone su di noi con la sua presenza di marmo. Giganteggia dal suo piedistallo. Ci circonda dei suoi monumenti. Non riusciamo a vederlo ma si impone su di noi con l’Oceano di parole già dette, con il labirinto immenso di pagine già scritte. Ma se volgiamo indietro, per indagare dentro quell’ombra, non ci risponde, non ci parla. Non si potrà mai strappargli un segreto.

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E perché la mutilazione di quel corpo senza testa risulti meno paurosa e non ci paralizzi con la sua ombra, gli Storici si avvicinano tremando ai Decapitati: «Tenete, prendete, usate la nostra testa!». Torneranno a vedere e vederci. Ma lo faranno con i nostri occhi. Torneranno ad ascoltare, ma saranno le nostre domande. Torneranno a parlare, ma con le nostre parole. E gli odori e i profumi saranno anche quelli i nostri.
Il passato esiste. Ma è un corpo senza testa.
Quali erano i primi pensieri di questa ragazza quando si risvegliava nel suo letto, e tornava a vedere la luce del sole, se amava giacinti oppure rose per adornare i capelli nella festa, che cosa provava vedendo l’uomo amato, quando aveva perso la verginità, se provava terrore all’idea della morte …
E questo vecchio …. chissà quante cose avrà visto nella sua lunga vita. Che cosa significava allora, per lui, aver ucciso un uomo, essere stato schiavo, avere espugnato Smirne, sacrificare agli dèi in un santuario – chi sono gli dèì, per lui? -, avere avuto tre figlie e un figlio morto troppo presto; l’oppressione di un senso di colpa, avere sentito dopo anni di esilio l’odore della propria terra; stringere una mano amata, avere tradito l’amico migliore, bere vino fino ad essere ubriachi, l’ebbrezza del sesso, quel senso di sovrumano ed eterno che può dare, guardare, navigando, il cielo stellato in una notte d’estate, e la melanconia del tempo passato … No, non ci vedono, non ascoltano le nostre domande, non svelano nessun segreto.

Si dice che i cigni siano animali sacri ad Apollo, e che da quel dio abbiano avuto in dono la bellezza del canto e la premonizione del futuro. Per questo i cigni avvertono il momento della propria morte. E in quel giorno il loro canto si fa ancora più bello, poiché sanno di ritornare al dio cui sono devoti. Similmente cantava, la testa del divino Orfeo, discendendo la corrente verso l’Oceano. Cantava il suo canto più bello, mentre le onde la cullavano, cullate dall’incanto di quella voce. Cantava i misteri dell’Ade che il suo viaggio nell’Oltretomba aveva dolorosamente svelato. Certo, che cosa c’era di più terribile della Morte, cantava? Ma, in quel buio, una via portava alla luce. Qualcosa esisteva che sopravvive alla Morte.
Così, discendendo la corrente, la testa del divino Orfeo cantava svelando i misteri di Ade e del Tempo. Diffondeva nell’aria le note di quella sapienza immortale, lasciando, dietro sé, nell’acqua, la scia del suo sangue mortale.
I passi lenti e pensosi di un altro visitatore.
I decapitati smettono il loro misterioso canto muto.
È tornato il silenzio. Il Silenzio del Passato:

Nulla turba
i secoli passati.
Non possiamo strappare un sospiro
dalle cose passate.
Il passato si mette
la sua corazza di ferro
e tappa le orecchie
con cotone di vento.
Non si potrà mai strappargli
un segreto.
(Garcia Lorca, Il presentimento)

Ma è come il rumore di un fiume che scorre, il Silenzio fra queste mura che, che, pur non dicendo, a chi lo interroga significa.

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