Il mito di Endimione (I)

«Si raccontava che quando Selene scompariva dietro la cresta montuosa del Latmo, nell’Asia Minore, andava a trovare il suo amato Endimione, che dormiva colà in una grotta. A Endimione, che in tutte le raffigurazioni appare come un bel giovane pastore o cacciatore, era stato concesso un sonno eterno, in origine certamente dalla dea lunare stessa, per potere sempre trovarlo nella grotta e baciarlo.

Il nome di Endimione significa uno che “si trova dentro”, stretto dalla sua amante come in un solo vestito comune. Secondo un poeta posteriore, Ipnos, il dio alato del sonno, si era innamorato di lui e gli aveva dato la facoltà di dormire ad occhi aperti. Secondo i nostri racconti, invece, Endimione era un re di Elide, paese dei giochi olimpici […] Egli generò con Selene cinquanta figlie, esattamente tante quante erano i mesi di un’olimpiade. Il suo sonno eterno era un dono di Zeus che gli aveva permesso di disporre della propria morte. Egli stesso aveva scelto quindi lo stato di sonno invece della morte. Secondo altri, egli era stato punito in quel modo perché, elevato da Zeus nel cielo, si era comportato come Issione e aveva desiderato l’amore di Era»
(K, Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia)

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Il rumore del silenzio. Il bellissimo mito di Endimione appare sfuggente ancora più di molti altri. Certo, si individuano alcuni punti centrali: l’amor fou per la Luna e il sonno eterno. Quasi tutti gli altri dettagli del plot, tuttavia, appaiono incerti o quanto meno ambigui: era un pastore o un re? E quel suo famoso sonno era un dono o piuttosto una punizione?
Ma il dato che più mi colpisce è ancora un altro: su Endimione non risultano testimonianze significative prima di Apollodoro Rodio – né nella letteratura né nelle arti visive: Omero tace di lui, tutto l’arcaismo trascorre senza mai chiamarlo in causa, neanche un tragico se ne interessa, Platone lo cita di sfuggita una volta soltanto. E anche dopo Apollonio Rodio, le tracce sono scarse: qualche tardo mitografo, e gli ’antiquari’, fra cui soprattutto Pausania.
Che assordante silenzio, no?
Ma anche in questo c’è una parte del fascino che questo mito mi ha sempre comunicato: davanti ad Edipo il senso della meraviglia per ciò che è stato conservato (le tragedie di Sofocle, in primis); davanti a Endimione il senso di tutto ciò che è andato perduto – in qualche modo la voce (o il silenzio) delle morte stagioni.
Che non è una sensazione meno forte.

Metamorfosi cristiana. Anche in questa forma latente, il mito perà attraversò senza esitazioni i secoli incorrendo – all’occorrenza – in spettacolari metamorfosi. Per esempio, al nome di Endimione si lega una delle testimonianze monumentali più chiare di come la cultura cristiana seppe appropriarsi delle grandi narrazioni di quella pagana che, almeno dal II secolo in poi, era venuta affiancando, prima, e soppiantando poi.
In effetti, la meravigliosa idea di un sonno perpetuo grazie al quale incontrare la felicità nella sua forma più perfetta aveva fatto di Endimione uno dei personaggi ricorrenti nell’arte funeraria romana, in particolare nella decorazione dei sarcofaghi (si veda la voce dell’Enciclopedia dell’arte antica per approfondimenti)

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Quando poi i tempi divennero maturi perché anche i cristiani adottassero forme di sepoltura così vistose e costose (cfr. qui), il motivo non andò assolutamente perso. Si trattava solo di dargli una veste cristiana: e questo fu fatto sovrapponendo al sonno di Endimione quello biblico di Giona risputato a riva dalla pancia del mostro marino: esattamente ciò che si può ammirare in un sarcofago di III d.C. situato nel complesso (da poco riaperto al pubblico) di Santa Maria Antiqua al Foro Romano, superbo gioiello di architettura e arte critiana antica.

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Endimione, insomma, pur dormendo continuava ad essere vivissimo.

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