“Omeros” di Derek Walcott

23/01/2017, 11:35

Se mi chiedessero, nella mia ignoranza, qual è l’ultima volta (dopo Joyce, per dire) che la musa di Omero ha ispirato una grande opera dei nostri tempi, credo che non risponderei con l’hollywoodiano Troy e nemmeno con il nome di Baricco, ma con un altro forse meno noto, almeno da noi: Derek Walcot.
Il poeta di origini caraibiche, premio Nobel per la letteratura nel 1992, due anni prima aveva pubblicato infatti un’opera in cui raccoglieva la sfida di una grandiosa epica moderna, ambientata sull’isola che gli diede i natali: Santa Lucia.
Il risultato è, appunto, Omeros – esplicito già dal titolo nella sua derivazione letteraria- in cui un narratore-aedo (Omeros) ci racconta, fra l’altro, la storia della rivalità di due pescatori (Ettore e  Achile) per una bellissima cameriera dell’Hotel Alcyon, chiamata Helen (ovviamente).

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Un altro aspetto fondamentale del “debito” di Walcott rispetto all’epica antica si evidenzia nella scelta del metro: Omeros, infatti, è basato su un verso “roughly exametrical” secondo la definizione dello stesso autore, poi organizzato in terzine destinate a suonare come tributo ad un altro immortale poema epico: quello di Dante. Anche se questa “regola” metrica, non impedisce poi al poeta di introdurre, in alcune parti dell’opera, anche versi brevi e brevissimi.
Quanto alla materia, il riferimento a personaggi e a trame omeriche è tanto libero quanto continuo. Rispetto ai primi, per esempio, importante il ruolo narrativo di un terzo pescatore chiamato Filottete; o il personaggio di un cieco destinato ad evocare, nel lettore colto, l’indovino Tiresia. Lo stesso gioco di allusività arricchisce l’ordito delle trame. Di grande effetto, per esempio, la scena della nekyia dell’XI libro dell’Odissea qui trasformata nell’evocazione delle migliaia di uomini annegati nell’Oceano sulle rotte dello schiavismo – la storia tragica della colonizzazione è infatti un motivo centrale di quest’epica caraibica:

«Ora udiva l’aedo mormorare il suo canto profetico, / grave del dolore del passato. Era una nota prolungata delle ombre quando scendevamo / tintinnanti di ceppi per congiungerci alle catene del mare, / le monete d’argento si moltiplicavano all’orizzonte venduto, / e queste ombre sono ristampate ora sulla sabbia bianca / delle coste agli antipodi, i tuoi antenati di cenere / che venivano dal Golfo di Benin, dove finisce la Guinea. // C’erano sementi nel nostro stomaco, negli incrinati baccelli / del nostro cranio, sopra i ponti brucianti, i tuberi / avvizziti in un lampo. Guardammo gli dei del fiume / da serpenti trasformarsi in correnti. Da vicino / i nostri occhi mostravano fronde secche nelle iridi brune, / e dalla spina dorsale ricurva la cassa toracica s’irradiava // come fronde da un ramo di palma. Poi, quando le palme / morte oscillavano fuoribordo, i cadaveri dalle costole scoperte / fluttuavamo, navigando verso la sabbia bianca e che ricordavano, // fino al Golfo di Benin, dove finisce la Guinea. / Così, quando verdi rami bruciati che solcano la corrente, / cercando di trattenere la risacca tra le dita piegate, / dopo una notte di vento forte in un hotel di pietra bianca, / oltre la scia della bianca vela triangolare dei surfisti, / ricordaci al cameriere negro che porta il conto»
(Dall’edizione Adelphi, 2003 curata da Andrea Molesini)

Forse, per vincere l’ambiziosa sfida di un’epica moderna, Derek Walcott ha dovuto sacrificare quella liberta narrativa e quella leggerezza d’ispirazione che sono la cifra meravigliosa di sue opere a mio avviso anche più riuscite, come Prima luce o

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Omeros comunque è un libro che chi ama la poesia non vorrà perdersi, soprattutto se al tempo stesso è un appassionato di letteratura antica. Un libro in cui, a dispetto dell’ambientazione esotica e delle evidenti libertà poetiche (o invece, chissà, proprio per queste), Omero mi pare molto più presente e vivo che non nel divertente Troy; persino molto più vivo che nell’Iliade senza divinità di Baricco, frutto di un’operazione intelligente e raffinata, eseguita però come fra le mura fredde di una camera obituaria.
Chi volesse saperne di più, troverà utili queste pagine di Franco Romanò.

 

 

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