L’importanza delle lingue morte, per i vivi

1. Nekyia
Un giorno, sulla riva di un’isola sperduta nel labirinto infinito del mare, la maga Circe rivela ad Odisseo che soltanto la voce di un morto avrebbe saputo indicargli la via del ritorno. L’eroe si dispera, piange, si rotola per terra:
«All’Ade, nessuno mai giunse con nave vera»
E invece una via, lontana e misteriosa, esiste, gli svela Circe divina. Raggiungere un antro ai confini di Oceano, al limite del mondo conosciuto, e versare una libagione di sangue in onore dei morti.

libagione1

Allora, fitte come granelli di sabbia, le anime, stridendo, si avvicineranno in volo. «E quante avranno bevuto di quel sangue», conclude Circe, «inizieranno a parlarti, indicandoti il cammino»

2. La voce delle passate stagioni – e la filologia
Con tutto questo sangue e questo fluttuare di zombie, la scena della nekyia (Odissea, libro XI) è una delle più spettacolari e indimenticabili di tutta l’epica omerica – e della letteratura greca. Mi è tornata in mente per il post di qualche giorno fa su Archiloco, che consisteva da parte mia nel (disperato) tentativo di fare parlare alcuni in-significanti frammenti di uno dei più grandi lirici greci, rivitalizzandoli con l’accostamento ad un testo moderno. Mi è ritornata in mente portando con sè questa bizzarra ma stimolante riflessione: ma, in fondo, non c’è un po’ di quel rituale – sì, della nekyia – in tutti gli sforzi profusi nei secoli dalla filologia per tenere in vita le voci degli autori del passato e continuare ad ascoltarle?

3. Perché tradurre il greco e il latino, nel terzo Millennio?
Il che, di nesso in nesso, mi ha condotto alla questione scottante dell’utilità, nel terzo Millennio, di fare tradurre greco e latino – queste lingue morte – ai nostri figli.
L’etimologia, la ricchezza della lingua, l’esercizio della memoria, l’imparagonabile palestra di  logica … sono perfettamente d’accordo su questi tradizionali argomenti a favore, ed è ovvio. Ma in questa arringa di difesa, sento che ancora qualcosa manca, per come la vedo io: sì, c’è qualcos’altro  non meno fondamentale, ma che non viene detto, forse perché un tabù ci blocca.
Per tradurre bene un testo di Platone o Cicerone – Cima Coppi del percorso classicistico – non basta conoscere la grammatica, non basta neanche una scintillante intelligenza logica e una perfetta conoscenza della lingua madre. C’è un’altra delicata operazione da fare: una specie di transfert nel testo che si legge. In altre parole: bisogna lasciare la propria testa e la propria vita ed entrare in quelle di Platone e Cicerone – per un’ora dimenticare le proprie convinzioni, il proprio sguardo sulle cose e cercare quello dell’autore. Come il pianista davanti a uno spartito di Bach o Chopin, l’interpretazione/traduzione di un autore antico risulterà convincente non se sarà eseguita senza errori ma se avrà saputo restituirci anche il suo spirito.
Insomma:
“Batti un colpo, Platone, che siamo qui ad ascoltarti”
Non c’è dunque qualcosa che, oggettivamente, va al di là della sola logica, della sola grammatica? Qualcosa di formidabile, più difficile da imparare che non l’aoristo, forse, ma che dischiude una ricchezza unica, accumulata in secoli.

4. Esercizi di humanitas – e non
Ecco, lo sto dicendo: una traduzione è (anche) una nekyia dei cari autori estinti: un faticoso e rispettoso rituale con cui si cerca di entrare in contatto con spiriti illuminati morti qualche secolo prima, e di conservarne la memoria – magari nell’umana speranza di ottenerne in cambio l’indicazione del cammino giusto. Eliminate quell’atto sacrificale, quella piccola offerta di energie e i sangue, e il passato svanirà: persino Omero, il padre di ogni poeta, privato di quel sangue svolazzerà stridendo cose che non saremo più in grado di decifrare. Eliminate quell’atto sacrificale e rimarranno solo etichette e didascalie, pronte a sbiadirsi nel tempo, a disperdersi al primo vento.
E mi spingo pure oltre, ormai che sono arrivato sin qui: al di là della logica, dell’etimologia, della memoria e di tutto quello che ’serve’ ai necessari bisogni dell’uomo del terzo millennio, non riusciamo a vedere che proprio in questo rituale si nasconde forse l’aspetto potenzialmente più importante dal punto di vista educativo? Per capirlo basta dare un’occhiata a questo inflazionato disegno:

evoluzione-uomini

e ricordarsi che, secondo gli antropologi, il genere umano non ha inizio con l’esemplare più alto, carino e depilato, ma con quello che per primo, introducendo forme di rituali funebri, dimostra di avere cura dei propri defunti.
Se dunque una traduzione è (anche) nekyia dei Lari protettori del pensiero occidentale, in essa abbiamo un esercizio di humanitas che non ha confronto in nessun altro studio, e che potrebbe avere un valore pedagogico enorme, soprattutto se lo pensiamo rivolto a un pubblico che – non certo per sua colpa – è sempre meno allenato non solo all’attenzione ma anche all’ascolto dell’altro.
E figuriamoci se si tratta di morti!

5. Il tabù, finalmente
Quanto detto, in fondo, è una banalità. Dunque è per questo che non vi si accenna mai, quando la discussione cade sull’utilità delle lingue morte? Credo di no. Credo che il silenzio abbia piuttosto a che fare con il tabù cui accennavo prima: quello, naturalmente, che riguarda la morte in ogni sua manifestazione. Se ci fa paura persino l’espressione ’lingua morta’ e dobbiamo intestardirci a dire (e fare e scrivere) che il greco e il latino sono vivi, per sperare di essere ascoltati, come negare l’evidenza che entrare in contatto con Platone e Cicerone non si fa così facilmente come ascoltare Fedez o appassionarsi all’ultimo gioco di ruolo? E soprattutto: perché sbattersi per versare quel piccolo tributo di sangue, se la morte non esiste più e i morti svaniscono sempre più velocemente dalle nostre idee e preoccupazioni?
Vedete?, ancora una volta un’epoca storica è contraddistinta da quel nesso che ha segnato la nostra evoluzione, stavolta però con il segno negativo davanti:
– morte = – humanitas
E questo, almeno a me, chiarisce molte cose.

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