L'”Ode su un’urna greca” di John Keats

Una collocazione di grande evidenza all’interno del Museo Immaginario merita l’”Ode su un’urna greca” composta da John Keats nel 1819. È nota soprattutto perché vi compare una delle formulazioni più chiare delle teorie del poeta sulla bellezza:

«”bellezza è verità, verità bellezza”, è tutto ciò che
Tu sai, è tutto quello che ti basta sapere»

Ma in questa sede ancora di più interessano le riflessioni di Keats sulla capacità dell’arte di fermare il tempo immortalando un istante senza un prima e un poi: sottraendogli, cioè, il divenire (con i suoi pregi e difetti), per lasciargli una vita un po’ statica, magari, ma senza fine:

«Sfrontato amante, mai, mai puoi tu baciare,
Benché vincente, quasi alla mèta – ma, non affliggerti;
Lei non può svanire, pur non avendo tu la tua beatitudine,
Per sempre l’amerai e lei sarà bella!»

Comprensibile, allora, il desiderio di sapere quale urna ispirò questi versi, così, da poterla guardare confrontandola con i versi – come è possibile fare con una poesia di Rilke anch’essa esposta nel museo. Si conviene, fra studiosi, che il punto di partenza dovette essere un vaso decorativo in marmo pentelico ad opera di Sosibio, di cui lo stesso Keats schizzò il seguente disegno:

Keats2

Ma alcune delle scene presenti nell’ode non compaiono sul vaso e dovettero dunque essere viste altrove. Riporto a questo proposito le parole di un grande scrittore che amò molto il poeta inglese: Julio Cortazar.
«Niente prova l’esistenza di un’urna che contenga le varie scene di questa nuova ode. È più semplice (e più che mai all’interno della modalità lirica e inventiva di questo ciclo) immaginare un’urna ideale, costituita dall’unione di scene e di situazioni viste per caso in incisioni di vasi o commenti poetici; frutto di questi vagabondaggi per le gallerie del British Museum da cui Keats riemergeva abbagliato e ansioso. Ricordo della contemplazione dei fregi attici, delle letture di Omero, delle descrizioni elleniche di scudi e vasi» (da “A passeggio con Keats”, Fazi Editore)
Sì, molto meglio pensare a un’urna ideale, in cui Keats trovasse l’anima del tanto amato e idealizzato spirito greco.

Ode su un’urna greca

I.
Tu ancora intatta sposa della quiete,
Tu figlia adottiva del silenzio e del tempo lento,
Narratrice silvestre, che puoi così esprimere
Un racconto fiorito più dolce della nostra rima:
Quale leggenda ornata di foglie sovrasta la tua forma,
Di divinità o di mortali, o di entrambi,
A Tempe o sulle vallette dell’Arcadia?
Quali uomini o dèi sono questi?
Quali vergini restìe?
 Quale folle inseguimento?
Quale lotta per fuggire? 
Quali flauti e tamburelli?
Quali estasi selvagge?

II.
Le melodie udite sono dolci, ma quelle non udite
Sono più dolci: dunque, voi, flauti lievi suonate ancora:
Non per l’orecchio sensuale, ma, più preziosi
Suonate canti senza toni allo spirito:
Bel giovane, sotto gli alberi, tu non puoi abbandonare
La tua canzone, né mai possono quegli alberi esser spogli;
Sfrontato amante, mai, mai puoi tu baciare,
Benché vincente, quasi alla mèta – ma, non affliggerti;
Lei non può svanire, pur non avendo tu la tua beatitudine,
Per sempre l’amerai e lei sarà bella!

III.
Ah felici, felici rami! incapaci di perdere
Le vostre foglie, né mai di dire addio alla Primavera;
E, felice musico, instancabile,
Che suoni per sempre canzoni eternamente nuove;
Amore più felice! più felice, felice amore!
Per sempre ardente e ancora da godere,
Per sempre ansante e per sempre giovane;
Ad ogni passione umana che respira superiore,
Che lascia un cuore afflitto e saziato,
Una fronte in fiamme, e una lingua inaridita.

IV.
Chi sono questi che vengono al sacrificio?
A quale verde altare, o sacerdote misterioso,
Tu conduci quella giovenca mugghiante verso il cielo,
E tutti i suoi fiocchi di seta coperti di ghirlande?
Quale piccola città sul fiume o sulla spiaggia,
Quale monte eretto con serena cittadella,
È pieno di questa gente questo mattino devoto?
E, piccola città, le tue strade per sempre
Saranno silenziose; e nessun’anima a dirti
Perché tu sei deserta, può mai tornare.

V.
O forma Attica! Bella attitudine! con fregio
Di marmo uomini e vergini adornati
Con rami di foresta e l’erba calpestata;
Tu forma silenziosa! Ci induci a pensare
Come fa l’eternità. Freddo pastorale!
Quando la vecchiaia sperpererà questa generazione,
Tu rimarrai, in mezzo ad altro dolore
Che il nostro, un amico all’uomo, al quale tu dici,
“bellezza è verità, verità bellezza”, è tutto ciò che
Tu sai, è tutto quello che ti basta sapere

(Traduzione di Marco Vignolo Gargini)

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