Klimt e il mito di Danae

Uno dei quadri più famosi di Klimt — che nacque oggi, 155 anni fa — è ispirato al mito greco: la Danae, dipinta fra il 1907 e il 1908.

1. Perché il mito di Danae
Non è difficile capire perché, fra tanti offerti dall’antichità, fu proprio questo mito ad attrarre l’attenzione dell’artista austriaco.
Nel 1903 Klimt aveva a più riprese visitato Ravenna e qui era rimasto folgorato dai capolavori d’arte musiva e, in particolare, dalla dominante cromatica dell’oro. Questa suggestione  — senza dimenticare la professione d’orafo del padre e del fratello — portò a quello che gli storici d’arte contraddistinguono come il periodo aureo della sua produzione (1903-1909), di cui fanno parte opere come il Bacio, le Tre età della donna e l’Albero della vita — oltre alla Danae.
Comprensibile dunque che Klimt fosse rimasto asffascinato da un mito in cui l’oro aveva un ruolo fondamentale.

2. La storia
Il racconto si snoda attorno a una delle tante e straordinarie metamorfosi in cui si esibisce Zeus per consumare un rapporto con una donna mortale. Secondo uno schema ben noto Danae, figlia del re Acrisio, era stata segregata dal padre per evitare che da lei nascesse l’uomo che l’avrebbe privato del potere e ucciso — così come un oracolo aveva predetto. Tale misura ai danni della figlia, se poteva bastare per tenere lontano normali pretendenti, non poteva certo fermare i poteri (e la fantasia) di Zeus. Una notte, apparendole in sogno sotto forma di pioggia d’oro, giacque con lei e diede ad Acrisio il tanto temuto nipote: Perseo.

3. Il quadro
La scena mitica aveva goduto di una certa fortuna nella storia della pittura occidentale. Basti pensare alla non meno affascinante e sensuale versione di Tiziano, ora conservata al Museo di Capodimonte.

Tiziano-Danae.jpg

Klimt dona un’interpretazione fortemente originale della scena e dei suoi significati,  mettendo in risalto la dimensione tutta femminile dell’atto del concepimento, quella del sogno e, naturalmente, l’incanto dell’oro.

4. La Danae di Simonide e la sua drammatica attualità

Ripensando a questo mito mi sono stupito nel constatare come in realtà non possediamo molte testimonianze letterarie antiche che raccontino questo meraviglioso convegno d’amore. Persino Ovidio, nelle Metamorfosi, vi allude solo velocemente. Cercando nella memoria, alla voce Danae, mi è invece venuto in mente un famoso frammento di Simonide che, però, racconta un altro momento della vicenda. Scoperto il parto della figlia, Acrisio condanna lei e il nipote a quella che ritiene morte certa, abbandonandoli alla furia mare in una cassa di legno, assolutamente inadatta alla navigazione.

Danae Waterhouse

(Danae a Serifo, di J.W. Waterhouse 1892)

Rileggendo questi versi, la disperazione di Danae e la tenerezza nei confronti del neonato in mortale pericolo, ma ignaro perché addormentato al suo petto, non hanno potuto non ricordarmi scene cui assistiamo quasi ogni giorno guardando i telegiornali.

profughi1.jpg

Ed è con questro spirito che li riproduco — nella traduzione di Quasimodo):

«Quando nell’arca regale l’impeto del vento
e l’acqua agitata la trascinarono al largo,
Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa
le mani su Perseo e disse: “O figlio,
quale pena soffro! Il tuo cuore non sa;
e profondamente tu dormi
così raccolto in questa notte senza luce di cielo,
nel buio del legno serrato da chiodi di rame.
E l’onda lunga dell’acqua che passa
sul tuo capo, non odi; né il rombo
dell’aria: nella rossa
vestina di lana, giaci; reclinato
al sonno il tuo bel viso.
Se tu sapessi ciò che è da temere,
il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.
Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete
abbia il mare; ed il male senza fine,
riposi. Un mutamento
avvenga ad un tuo gesto, Zeus padre;
e qualunque parola temeraria
io urli, perdonami,
la ragione m’abbandona”»

(Simonide, fr. 13 D.; trad. di S. Quasimodo)

 

 

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