Vivere in un’epoca d’angoscia: la percezione della realtà e del proprio corpo

È proprio vero che ogni libro (importante) è in grado di darci messaggi diversi nel diverso momento in cui lo consultiamo.
Ho letto per la prima volta Pagani e cristiani in un’epoca d’angoscia di Eric Dodds tanti anni fa, mentre mi laureavo. In ques’opera del 1965 l’autore analizza il cruciale  momento storico compreso fra il regno di Marco Aurelio e la conversione di Costantino e lo fa  concentrandosi soprattutto su quella tematica dell’ “irrazionale” e dell’esperienza religiosa che aveva fatto di un suo precedente studio un caposaldo della ricerca del Novecento sul mondo antico:
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Bene, di quella prima lettura ricordo più l’entusiasmo per l’originalità del metodo di Dodds e il fascino delle tematiche da lui affrontate, che non i tratti dell’epoca di angoscia di cui si parlava. Ma ero nel fiore degli anni, come si dice, e l’Italia non era (così) in crisi e tanto meno lo era l’Europa, nelle sue fondamenta economiche e culturali. E non c’era nemmeno un Nemico da cui sentirsi minacciati, dal momento che il clima della guerra fredda si era ormai mitigato – erano gli anni dell’”edonismo reaganiano”.
Effetto molto diverso mi fa riprenderlo in mano oggi. Se quell’epoca di angoscia allora, ripensandoci, mi sembrava un po’ una cartolina esotica arrivata da lontanissimo; oggi, mentre leggo, mi vedo un po’ allo specchio. Basteranno poche citazione dai primi due capitoli per capire meglio.
Il periodo in questione, intanto, è uno dei paradigmi più noti per l’idea di decadenza materiale e morale (insieme al Medio Evo): l’impero di Roma inizia il suo fatale declino e dalle sue traballanti frontiere entrano incertezza, dissoluzione, povertà; entrano nuove popolazioni e nuove idee. Cambiano le condizioni materiali e le prospettive intellettuali, cambiano i sentimenti religiosi.
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Dodds dunque naviga nelle paure e nelle speranze che tutto questo provocava nei sudditi dell’impero: nuove religioni, stati modificati di coscienza, esperienze esoteriche e mistiche. Così, mentre si sgretolano le certezze materiali e i valori morali su cui quelle erano state costruite, ecco che i pagani non meno che i cristiani si impegnano a costruire nuove visioni, ripiegando sull’individualismo e pensando cioè più a se stessi che alla realtà esteriore:
Gli uomini stavano cessando di osservare il mondo esterno e di cercare di capirlo, utilizzarlo o migliorarlo: essi erano portati a pensare a se stessi… L’idea della bellezza dei cieli e del mondo passò di moda, e fu sostituita da quella dell’infinito“.
E dappertutto, secondo Dodds – tanto dove si celebrava la morte del vecchio mondo, quanto dove si avvertivano i germogli di qualcosa di nuovo – dappertutto il sentimento dominante ad accomunare gli uomini era l’angoscia. Fra le citazioni accumulate dallo studioso inglese, quelle forse più impressionanti provengono dalle opere di Cipriano di Cartagine (III d.C.):
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Per esempio questa:
«Devi sapere che è invecchiato questo mondo. Non ha più le forze che prima lo reggevano; non più il vigore e la forza per cui prima si sostenne … e con i fatti stessi documenta il suo tramonto e il suo crollo. D’inverno non c’è più abbondanza di piogge per le sementi, d’estate non c’è più il solito calore per maturarle, né la primavera è lieta del suo clima, né fecondo di frutti l’autunno. Diminuita, nelle miniere esauste, la produzione d’argento e d’oro, e diminuita l’estrazione di marmi … Quanto alla frequenza maggiore delle guerre, dell’aggravarsi delle preoccupazioni per il sopravvenire di carestie e sterilità, all’infierire di malattie … alla devastazione causata dalla peste … anche tutto ciò, sappilo, fu predetto: che negli ultimi tempi i mali si moltiplicano … e per l’avvicinarsi del giorno del giudizio, la condanna di Dio sdegnato si muove a rovina degli uomini»
E se, in questa prospettiva catastrofista (per nulla aliena alla nostra contemporaneità) qualcuno sentisse, che so, la mancanza dei terremoti, allora basterebbe rivolgersi a quest’altra testimonianza, tratta invece da Origene:
«Questa enorme e splendida creazione del mondo deve necessariamente indebolirsi prima di morire. Quindi la terra sarà sempre più spesso scossa da terremoti e l’atmosfera diventerà pestilenziale, generando miasmi contagiosi»
Conseguentemente anche l’uomo interiore, imprigionato nei vortici di questa crisi generale, avrebbe provato un sentimento di alienazione ed estraneità, secondo Dodds. Spicca a questo punto il riferimento a quel documento eccezionale che è l’epistola anonima A Diogneto, in cui è icasticamente ritratta la condizione dei cristiani che, pur essendo nel mondo, non amano le cose del mondo, in quanto ogni paese è per loro straniero.
Stesso sentimento di alienazione – continua Dodds – si avverte anche nelle Meditazioni di Marco Aurelio, di cui è riportata questa impressionante citazione:
Tutta la vita del corpo è un fiume che scorre, tutta la vita della sua mente sogno e delirio; la sua esistenza è una guerra e un soggiorno in terra straniera“.
Ecco, è soprattutto questo quadro che mi ha impressionato, a questa seconda lettura, facendomi provare un’inquietante sensazione di rispecchiamento.
Certo, a prima vista, un paragone fra il terzo secolo e il terzo Millennio non è pensabile: i fasti della nostra civiltà scientifica e tecnologica, la ricchezza raggiunta nei paesi postindustrializzati… Eppure la crisi non si nasconde più, né nel sistema economico né in quello dei valori. Così, accettando anche solo per un attimo questo avvicinamento, ciò che più colpisce nelle pagine di Dodds non è tanto il catastrofismo, o il pessimismo generalizzato, quanto ciò che riguarda la pulsione profonda alla fuga dalla realtà.
Il Cristianesimo offriva la prospettiva di un mondo migliore – dopo e al di là della vita. Ma non meno potente si sta rivelando l’offerta della nostra tecnologia: un ’altro mondo’ fatto di virtualità, perfettamente a immagine nostra e delle nostre preferenze.
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Da questo punto di vista, in verità, sembrerebbe in contrasto un’altra ossessione caratteristica dei nostri tempi: la cura del corpo. Ma a ben vedere, forse tutta questa contraddizione non c’è. Ogni sforzo in palestra, dall’estetista, in farmacia e dal chirurgo non mira infatti a un corpo ideale, senza grasso, senza cellulite, senza rughe, muscolato e proporzionato così da sovrapporsi perfettamente a un canone mentale – non importa da chi costruito?
E non è anche questa. allora, un’altra precipitosa fuga dalla realtà?

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