Borges e il museo di ricordi impossibili

Fra le statue, i dipinti, i reperti e le citazioni che il visitatore troverà all’entrata del nostro Museo Immaginario, devo confessare una particolare predilezione per la teca che conserva questa meravigliosa poesia di Jorge Luis Borges — autore presente anche in altre Sale (per esempio qui).
Una particolare predilezione perché, commuovendoci, fa riflettere su un tema centrale di tutto questo museo: cioè su quanto la Memoria stia alla nostra anima come il respiro (o l’acqua) al nostro corpo. E — in modo ancora più sconvolgente — di come, in questo bisogno essenziale, sia sottile ed evanescente la linea che divide il ricordo delle cose realmente accaduteci da quelle che, invece, possiamo solo avere immaginato o sognato, desiderandole però con tutte le nostre forze.

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Elegia del Ricordo impossibile


«Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra muri bassi
e di un alto cavaliere che riempie l’alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d’essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l’esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone di villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l’ultima volta
il 14 febbraio del ’38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre prendono il mare dalle sabbie danesi
per debellare un’isola
che ancora non era l’Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l’ho avuta e l’ho perduta)
di una tela d’oro di Turner,
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell’immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all’alba,
straziato e felice.

(Da La moneta di ferro, Adelphi 2008. Traduzione di Tommaso Scarano)

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