Sulla Luna con Astolfo — e ritorno

L’opera di Ariosto, si sa, è ricchissima ci citazioni, allusioni, remake ispirati alla letteratura greca e latina. E non è facile, dunque, scegliere un passo o dei versi con cui ricordare questo gigante della letteratura mondiale, nel giorno del suo compleanno. Ma ieri notte, avete visto, c’era una luna piena meravigliosa (anche se i giornali non le avevano dato un nome particolare). E questo ci semplifica le cose.

Verso la fine del 34° canto dell’Orlando Furioso, Astolfo salta in sella al suo Ippogrifo con una mission impossible: seguire il carro del profeta Elia sino alla Luna, per recuperare lassù il senno di Orlando, impazzito d’amore.

Astolfo&luna1

Non è difficile, sin qui, riconoscere nell’Ippogrifo l’evoluzione rinascimentale del buon vecchio Pegaso; e nell’incredibile viaggio la ripresa dell’avventura più famosa fra quelle narrate nella Storia vera di Luciano di Samosata. Ciò che da tali spunti nasce, tuttavia, è qualcosa di unico, quintessenza preziosissima di Ariosto; ed è tale la sua bellezza da lasciarci senza fiato in più di un punto — uno di quei brani che non ci si stanca mai di rileggere e ad ogni rilettura stupisce con visioni nuove e dettagli insospettati. Allacciate le cinture, allora, perché si sale una volta ancora sul dorso di quel cavallo alato.

Quattro destrier via più che fiamma rossi
    
Al giogo il santo evangelista aggiunse;
     
E poi che con Astolfo rassettossi,
     
E prese il freno, inverso il ciel li punse.
   

Miracolosamente passato in mezzo alla sfera del fuoco senza esserne arso, ecco che Astolfo arriva al cospetto del satellite — “come un acciar che non ha macchia alcuna”. E qui ha la sorpresa di trovarlo più o meno delle dimensioni della Terra, così da ospitare un mondo speculare, sebbene ‘altro’:

Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
     
Sono là su, che non son qui tra noi;
     
Altri piani, altre valli, altre montagne,
     
C’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
     
Con case de le quai mai le più magne
     
Non vide il paladin prima né poi:
     
E vi sono ample e solitarie selve,
     
Ove le ninfe ognor cacciano belve.

Astolfo, però, non ha tempo da dedicare all’esplorazione di quest’altro mondo: ha una missione da compiere e — come per ogni missione che si rispetti — il tempo stringe. Così, come Virgilio faceva con Dante in quell’altro mondo ‘ultraterreno’, il Profeta lo richiama all’ordine e lo guida:

… In un vallon fra due montagne istretto,
    
Ove mirabilmente era ridutto
     
Ciò che si perde o per nostro diffetto,
     
O per colpa di tempo o di Fortuna:
     
Ciò che si perde qui, là si raguna.

Eccola, la meravigliosa invenzione ariostesca: la Luna è il regno di ciò che gli uomini perdono in questa vita, o per loro difetto o per gioco della sorte! Con questa idea geniale Ariosto apparecchia le forme di un mondo che ci interessa e coinvolge (o sconvolge) molto più di qualsiasi descrizione esotica o paradisiaca. Ascoltate, dunque, nel giorno del suo compleanno la sua voce forte, calda ma lucida — a commentarla non metterò che qualche nostra foto, qua e là:

Non pur di regni o di ricchezze parlo,
In che la ruota instabile lavora;
Ma di quel ch’in poter di tor, di darlo
Non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
Il tempo al lungo andar qua giù divora:

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Là su infiniti prieghi e voti stanno,
Che da noi peccatori a Dio si fanno.

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
L’inutil tempo che si perde a giuoco,

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E l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
Vani disegni che non han mai loco,
I vani desideri sono tanti,
Che la più parte ingombran di quel loco:

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Ciò che in somma qua giù perdesti mai,
Là su salendo ritrovar potrai:

Vide gran copia di panie con visco,
Ch’erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sarà, se tutte in verso ordisco
Le cose che gli fur quivi dimostre;
Che dopo mille e mille io non finisco,
E vi son tutte l’occurrenze nostre:
Sol la pazzia non v’è poca né assai;
Che sta qua giù, né se ne parte mai.

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 Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
Che mai per esso a Dio voti non ferse;
Io dico il senno: e n’era quivi un monte,
Solo assai più che l’altre cose conte.

Era come un liquor suttile e molle,
Atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
E si vedea raccolto in varie ampolle,
Qual più, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
Signor d’Anglante era il gran senno infuso;
E fu da l’altre conosciuta, quando
Avea scritto di fuor: Senno d’Orlando.

Altri in amar lo perde, altri in onori,
Altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
Altri ne le speranze de’ signori,
Altri dietro alle magiche sciocchezze;
Altri in gemme, altri in opre di pittori,
Ed altri in altro che più d’altro aprezze.
Di sofisti e d’astrologhi raccolto,
E di poeti ancor ve n’era molto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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