Pavese nello specchio di Orfeo

Non so quanto siano ancora letti i Dialoghi con Leucò, capolavoro di Cesare Pavese pubblicato nel 1947; quanto, per esempio, i professori ne consiglino la lettura ai loro studenti. Per ovvi motivi non sarà come fino al XX secolo, che quel libricino era irrinunciabile nella biblioteca di un intellettuale (e ancora questo termine non era così fuori corso e tedioso).
Del resto quei 27 dialoghi, per quanto brevi ed agili ed atticizzanti nello stile, non sono una lettura facile:
“Ma chi cavolo è Chimera?
“Già, e Nube allora?”
“E Bellerofonte, chi era costui?”
“E poi, questo Bacca, non era l’attaccante (semibidone) del Milan A.C.?”
Presuppongono, in effetti, una conoscenza del mito ormai scomparsa e che, invece, in Pavese era stupefacente — basta leggere qualche pagina. Presuppongono, inoltre, una profondità di pensiero e una ‘lentezza’ nel guardare le cose, che non sono molto apprezzate nel lettore d’oggi.

Pavese4.jpg
Detto questo (strappatisi, cioè, i quattro capelli rimanenti), l’evidenza è lampante: siamo di fronte a un capolavoro, e non soltanto letterario. Da classicista, una cosa mi impressiona più di tutto: in queste pagine ogni persona del mito è chiamata in scena solo se, nella mente (e nella vita) di Pavese, è stata rivissuta e ripensata così profondamente da trovare una sua identità nuova — una nuova vita.
Non è affatto banale, se si pensa che parliamo di “personaggi” apparsi in scena e ripensati per migliaia e migliai di anni.
Prendo il mito prediletto: Orfeo, che qui è protagonista del dialogo intitolato L’inconsolabile. In poche righe, Pavese riesce a dare una lettura nuova e interessantissima di uno dei misteri rimasto ancora senza risposta: ma perché accidenti, dopo tutto quello che aveva fatto per rivederla, Orfeo si voltò a guardare la sua Euridice prima del tempo, perdendola così per sempre?

Orfeo1
Eccola qui, dunque, la risposta di Pavese a quel mistero irrisolto: così profonda e inconsolabile, appunto, da gelarci il sangue:

ORFEO: È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo.
Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

Ho scelto Orfeo fra tanti per cui la scrittura di Pavese rinnova il miracolo. Perché è il mito prediletto, ho detto, ma anche perché, se penso al tragico modo in cui pose fine alla sua vita, non posso non vedere un rapporto privilegiato fra Pavese e il mito del cantore: il legame di chi, nell’altro, si vede come in uno specchio — ma rovesciato.

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