Il fiume Scamandro scatena la sua violenza contro il tracotante Achille (Iliade XXI)

Gli antichi Greci — come molto altre culture ‘primitive’ — personificavano sorgenti, corsi d’acqua e fiumi: cioè attribuivano loro un nome, un volto, un comportamento, persino una voce e, all’occasione, dei discorsi. Considerata la loro importanza negli equilibri della natura e per la vita umana, anzi, arrivavano anche a venerarli, tributando loro un culto vero e proprio.
Quando cerco di riportare questa situazione ‘meravigliosa’ all’interno di un quadro di razionalità comprensibile all’uomo (al ragazzo) del terzo Millennio, noto che una scintilla di comprensione si accende nello sguardo nel momento in cui ipotizzo:
«Considerate i vantaggi di una simile idea! Se anche noi la pensassimo almeno un po’ così, ci penseremmo certo di più a buttare lavatrici e televisioni e reti arrugginite e prodotti inquinanti in qualcosa che ritenessimo sacro e divino, non vi pare?»
E tanto più eviteremmo l’abuso edilizio — in senso letterale ancora prima che giuridico — di costruire strade ed abitazioni dove, fino a pochi anni prima, era stato il loro corso (i cosiddetti fiumi “tombati”, su cui vd. qui).

In tutta la letteratura mondiale, la scena più famosa in cui un fiume si anima, gonfia le sue correnti e si mette a tuonare parole è la “battaglia fluviale” del XXI canto dell’Iliade, in cui Scamandro riversa la sua furia verbale e idrica contro la cieca e tracotante furia omicida di Achille che, per inutile vendetta, riempie di cadaveri e colora di sangue le sacre acque del fiume di Troia.

scamandro
Tommaso Piroli, Scamandro e Achille

«… e ancora molti Pèoni Achille veloce uccideva,
se non gli avesse parlato, furente, il fiume gorghi profondi
con viso umano gridando dalla profonda corrente:
“O Achille, tu sei il più forte, ma nefandezze commetti
ben più di tutti gli umani; e sempre gli dèi ti proteggono.
Se il figlio di Crono t’ha dato di sterminare i Troiani
spingili almeno lontano da me, fa scempio nella pianura:
le mie correnti amabili son piene di morti
non posso ormai più versare l’acque nel mare divino
tanto son zeppo di morti: e tu massacri funesto;
ma vattene e smetti: mi fai orrore, capo d’eserciti”»

Ma nonostante questo chiaro avvertimento, Achille è troppo accecato dai suoi smodati desideri per cambiare la sua ossessione di morte e venire invece  a più miti consigli. Così il duello — l’inedito scontro fra il più forte dei mortali e un fiume sacro — ha inizio:

«… furioso, allora, si gonfiò il fiume e salì
eccitò e intorbidò tutte le onde, spinse i cadaveri
innumerevoli, che erano a mucchi fra l’onde, uccisi da Achille
li gettò fuori, mugghiando come un toro
sopra la riva, ma serbò i vivi fra le belle correnti,
lì tenne nascosti nei grandi gorghi profondi.
Terribile intorno ad Achille si levò un torbido flutto
e la corrente spingeva, scrosciando contro lo scudo;
non poyeva stare saldo; afferrò con le mani un olmo
grande, lussureggiante; strappato dalle radici
questo travolse tutta la ripa, impigliò l’onde belle
coi fitti rami, arginò il fiume tutto intero crollandovi»

Contro un tale nemico, l’invincibile Achille è costretto a battere in ritirata: poco onorevolmente si mette a correre verso la pianura, ma il fiume — lo sappiamo sin troppo bene — lo insegue e raggiunge anche lì. Finché non si rende conto che l’unica arma rimastagli è un’accorata preghiera:

«Zeus padre, nessuno è rimasto dei numi che me infelice
salvi dal fiume? Qui mi succede qualcosa!»

Purtroppo, l’uomo del Terzo Millennio, non può contare (come invece Achille) sull’aiuto di divinità che lo tirino fuori da certi guai ambientali che lui stesso (come Achille) ha contribuito a provocare:

«Disse così, ma rapidissimi Poseidone e Atena
gli vennero accanto, e somigliavano a uomini;
e con la mano la mano gli presero, lo rincuorarono
anche con le parole»

 

 

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