Uno sguardo sull’Omero perduto

1

Chi li ha letti, difficilmente potrà scordare i versi che descrivono il momento in cui Odisseo, dopo vent’anni, rivede e riconosce l’amatissimo cane Argo:

«Qui il cane Argo giaceva, pieno di zecche. Quando sentì che Odisseo era vicino, mosse la coda, abbassò le orecchie, ma al suo padrone non poté accostarsi. E Odisseo distogliendo lo sguardo si asciugava una lacrima, di nascosto da Eumeo …» (Odissea XVII, vv. 300-304, trad. M.G. Ciani)

Forse il lettore può venire sorpreso dall’intensità dell’amore per il proprio cane in un eroe antico. Ma certo non si meraviglia che Omero — il padre di tutti i poeti — si soffermi a descrivere l’emozione di rivedere, a distanza di tanto tempo, qualcuno che si è molto amato. Sia esso un cane da caccia.
E allora ci si domanda: ma se per il fugace incontro con Argo, il Poeta ha creato versi così toccanti, quali vette raggiungerà nel descrivere l’attimo in cui agli occhi di Odisseo apparirà la vera meta del suo ventennale e doloroso errare — la moglie, Penelope? Ancora pochi versi e la curiosità è soddisfatta.

2

«Così diceva e dalle luminose stanze discese, non sola, erano con lei due ancelle. E quando giunse fra i Pretendenti, la donna divina, si fermò accanto a un pilastro del tetto ben fatto, coprendosi il volto con il candido velo. A fianco, da una parte e dall’altra, aveva un’ancella fedele. E ai Proci si piegarono le ginocchia, furono vinti dalla passione, tutti volevano stendersi accanto a lei, nel suo letto … ».

Insieme ai Proci, infatti, nella grande sala questa volta c’è anche Odisseo, sebbene irriconoscibile, «simile a un mendicante miserabile e vecchio che si appoggiava a un bastone e sul corpo vestiva miseri cenci». Dunque è questo il grande momento — atteso dall’eroe (e dal lettore) sin dal primo libro — in cui rivede la sposa. Eppure Omero non dedica un solo verso a descrivere i sentimenti che, verosimilmente, dovevano sconvolgere il suo protagonista.
Per il primo incontro faccia a faccia fra i due bisogna invece attendere il diciannovesimo libro: quando cioè Penelope chiede di parlare al mendicante straniero — che continua a non riconoscere — nella speranza di ottenere informazioni sul destino del suo sposo:
«Incominciò a parlare la saggia Penelope: “Ospite, sarò io a domandare per prima: chi sei, da dove vieni, dov’è la tua città, i genitori chi sono?” Le rispose l’accorto Odisseo …».
Anni interi a sognare di lei, ad attraversare mari e affrontare pericoli per tornare da lei … E adesso che l’ha davanti agli occhi, che la può vedere, che sente il suo respiro, la sua voce, e quasi può sfiorarla … beh, che fa il nostro eroe? Niente, non la minima emozione, non un battito accelerato del cuore, una parola che inciampi in tutto il discorso che segue. Tutto in quel: “Le rispose l’accorto Odisseo”.
Strano no?
Quasi incredibile, a dire il vero.

3

Eppure sapeva, Omero, capire e rappresentare il pathos del rivedersi dopo vent’anni — Argo ne è testimone.
Eppure, all’occasione, sapeva dare voce sublime al sentimento amoroso, come dimostra non solo il celeberrimo episodio di Ettore e Andromaca nell’Iliade, ma anche la commovente scena della notte d’amore con cui Penelope e Odisseo, ritrovatisi e riconosciutisi, rinnovano i sacri vincoli del matrimonio.
E allora perché questa stranezza? Perché questa incomprensibile “lacuna”?

4

Quando si spiega, nelle aule dei licei o all’università, che quello che chiamiamo Omero è l’ipostasi di generazioni e generazioni di aedi e rapsodi e che l’Odissea (così come l’Iliade) è l’unica cristallizzazione a noi pervenuta di tante possibili Odissee improvvisate oralmente e poi perdute, non si perde molto tempo a riflettere sull'”altro Omero”: quello andato irrimediabilmente perduto in questa fragile trasmissione di conoscenza e di poesia.
Da qualche parte, disperso in qualche isola dell’Egeo o sul continente — a Tebe, in Laconia o a Olimpia —, disperso in qualche piega del tempo fra XII e VII secolo a.C. è probabile che sia invece esistito un aedo bravissimo e amatissimo il cui cavallo di battaglia era proprio la scena mancante nel nostro Omero: cioè l’attimo in cui Odisseo, dopo vent’anni, vede Penelope discendere le scale del Palazzo e apparirgli davanti più bella (quasi) di una dea.
Purtroppo il suo capolavoro, come tanti altri, è andato per sempre perduto.

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