“Piantare in Asso” (o a Rangoon) la propria donna: “Il tango del vedovo” di Neruda

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La figura archetipica dell’uomo che, nel cuore della notte, stando attento a non fare rumore s’alza dal letto in cui la propria donna è sprofondata nel sonno, si veste, raggiunge la porta con le scarpe in mano, la apre come fosse un ladro, quindi se la chiude alle spalle per dileguarsi per sempre è degnamente rappresentata nella mitologia greca dall’eroe del labirinto e del Minotauro, l’ateniese Teseo.


Il quale, come noto, dopo aver amato Arianna il tempo sufficiente a farsi salvare la vita, non esitò ad abbandonarla sull’isola di Nasso in una delle prime tappe del viaggio di ritorno da Creta alla propria patria.
Da cui una delle espressioni più note per indicare l’operazione nel suo complesso: “piantare in (N)asso”.
(Un’altra di uso frequente: “Amore, vado a prendere le sigarette”)
Qui sotto una delle più incantevoli rappresentazioni della scena.

Teseo, svegliato da Atena, si appresta ad abbandonare Arianna addormentata

2

Nell’innumerevole schiera di uomini che, nei secoli, ebbero la sorte di essere eroici come Teseo, c’è anche un grande poeta di cui cade oggi il compleanno: Pablo Neruda.
È questa fuga notturna da un amore ingombrante, infatti, su un cargo che da Rangoon lo porta a Ceylon, l’evento biografico dietro una delle sue poesie più belle e drammatiche, “Il tango del vedovo”:

«Oh Maligna, avrai già trovato la lettera, avrai già pianto con furia
e avrai insultato la memoria di mia madre
chiamandola cagna putrefatta e madre di cani,
avrai già bevuto da sola, in solitudine, il tè della sera
guardando le mie vecchie scarpe vuote per sempre
e non potrai ricordare i miei malanni, il mio dormire, il mio mangiare
senza maledirmi ad alta voce …»

3

In realtà Josie Bliss (la “Maligna”, a dispetto di quel nome) più che all’innocente Arianna sembra assomigliare alla selvaggia maga Medea — altra donna abbandonata, ma molto più vendicativa. Almeno, naturalmente per come la descrive Neruda:

«Sotterrato vicino al cocco troverai più tardi
il coltello che ho nascosto per timore che tu mi uccidessi,
e ora all’improvviso vorrei fiutare la sua lama da cucina
abituata al peso della tua mano e al fulgore del tuo piede»

Si configura dunque, nel buio della notte e della malinconia del cargo da cui Neruda scrive, l’ennesima vicenda di Amore e Morte, inesauribile fonte di versi indimenticabili.

4

«Come mi angoscia pensare alla sfolgorio delle tue gambe
distese come ferme e dure acque solari,
alla rondine che dorme e vola nei tuoi occhi,
al cane di furia che alberghi nel cuore,
così vedo anche quanta morte c’è tra noi due da quest’ora
e respiro nell’aria cenere e distruzione,
il lungo, solitario spazio che mi circonda per sempre.
Darei questo vento del mare smisurato per il tuo brusco respiro,
che ho udito in lunghe notti senza oblio
congiungersi all’aria come la sferza al cavallo.
E per udirti orinare, nel buio, dal fondo della casa,
come versassi un miele sottile, tremulo, argentino, ostinato …»

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Sentite questa musica, che va al di là e al di sopra di questi pur meravigliosi versi? La musica dolcissima eppure violenta fino al sangue di certi amori fra uomini e donna (non necessariamente), di certi abbracci di immortale passione che non sono altro che preludio di mortali abbandoni?
Esattamente così è la musica di un tango.

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