“Amanda” (dal gerundivo latino alla grammatica dell’amore)

Questa è una voce diversa dalle altre e – mi spingo a dire – più importante.È diversa perché si parte da un nome proprio ed è più importante perché, per andare alle radici di “Amanda”, dobbiamo entrare nella strabiliante officina in cui ogni lingua forgia, fra mille scintille, le sue parole.
Nella rigorosa economia di una lingua, a certi fonemi spettano funzioni semantiche determinate. Come a dire che, se prendi un bullone, è perché vuoi stringere insieme due elementi. A noi qui interessa il bullone linguistico “-nd-” del finale di Amanda che, attenzione!, non è certo uguale a tutti gli “nd” della lingua italiana, ma possiede specifiche caratteristiche:
1. compare nella parte finale di una parola – a differenza che in “andare”;
2. si costruisce sulla radice di un verbo – a differenza di “panda”.
Ci avviciniamo al punto se aggiungo che, con lo stesso tipo di ’bullone’, l’italiano costruisce il gerundio: “giocando”, “mangiando”, “volendo” … La differenza è che il gerundio è una forma verbale, mentre “Amanda” è un nome proprio che nella sua origine (cioè nella lingua latina) era un aggettivo proveniente dal verbo “amare”. Per dirla tutta, l’aggettivo era quell’ amandus (m.), amanda (f.), amandum (n.) in cui molti riconosceranno certo uno dei peggiori incubi di liceali: il temutissimo gerundivo, base della ancora più temuta “perifrastica passiva”.
Se riapriamo le vecchie grammatiche – «keep calm and carry on!» -, leggiamo che il gerundivo è «un aggettivo verbale, che esprime un dovere o una necessità. Ha valore passivo ed è tipico dei verbi transitivi, sia attivi sia deponenti. È soprannominato “participio di necessità”, perché denota un’azione che deve essere fatta». La definizione, non lo nego, suona complicata. Ma se entriamo per un attimo nell’officina del latino, a vedere come il gerundivo funzionava nel concreto, lo spettacolo è chiaro e edificante.
1. Si prende la radice di un verbo (“am-“);
2. si aggiunge una vocale tematica (-a-), giusto per pronunciare meglio;
3. si salda il bullone – “nd”- e, infine
4. le desinenze dell’aggettivo – “us” (m.), “a” (f.), “um” (n.).
5. Quindi si stabilisce, convenzionalmente, che tale aggettivo verbale avrà la sua specificità semantica nel senso della necessità e del dovere.
Ed ecco che il nostro gerundivo è pronto per l’uso: amanda sarà allora “colei che deve essere amata”, invitandus “colui che deve essere invitato”, faciendum “ciò che deve essere fatto” …
Ma dove sta allora la leggendaria difficoltà del gerundivo?
Semplicemente, credo, nel fatto che tale costrutto è del tutto uscito dagli orizzonti della grammatica italiana: mentre abbiamo conservato il gerundio, questa cosa del “participio di necessità” non è andata giù all’italiano, che l’ha cancellato dalla lavagna, lasciandone solo pochi resti qui e là. Vediamoli:
1. “AGENDA” è dove scriviamo le “cose che devono essere fatte” – poiché “ago” significa anche “fare”.

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2. Ed è interessante notare che chi ha avuto la geniale idea di sdrammatizzare la serietà inevitabilmente insita in questo oggetto, ha rispolverato il gerundivo:

smemoranda3. Tutte le “BEVANDE” di questo mondo, poi, sono lì a ricordarci che il corpo umano è costituito almeno per il 70% d’acqua, che dunque “dobbiamo assolutamente” preoccuparci di reintegrare in ogni momento del giorno.
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4. Perché poi le “MUTANDE” si chiamino così lo lascio indovinare a voi…

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5. … mentre “REVERENDO” è colui che, a prescindere dai suoi comportamenti – deve essere riverito.

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Mario Giacomelli, Pretini (1961-63)

Si potrebbero poi aggiungere “addendo”, “sottraendo”, “serranda” e ben poco altro.

A mio avviso, proprio questa scelta della lingua italiana di conservare il gerundio ed eliminare il gerundivo ha fatto sì che quest’ultimo si trasformasse nella crudele creatura mitologica dei nostri ricordi liceali. Se togli un’idea dalla grammatica e dal linguaggio, inevitabilmente la toglierai anche dal pensiero (circostanza ben nota, anche se mai abbastanza interiorizzata): e dunque vai, con l’incubo dei 4, dei 3, dei 2 nei compiti in classe. In questo modo, tuttavia, il mistero scivola su un’altra questione più interessante: ma per quale ragione l’italiano ha decretato la soppressione del gerundivo?
Se mai esiste una risposta scientifica a questo rebus linguistico, quella che segue – lo dico subito – è una risposta da Bar Sport. E suona così: ma mi spiegate che cosa ce ne facevamo, noi italiani, di un “participio di necessità”?
“Quella fila deve essere rispettata”, “quel terreno non deve essere edificato”, “il mozzicone va gettato (nell’apposito cestino)”, “le tasse non devono essere evase”, “un bene pubblico deve essere rispettato” … Ma di che stiamo parlano? Un “participio di necessità” andava benissimo nella lingua (e nella testa) degli antichi Romani, almeno fino a Catone l’Uticense; oppure, venendo ai nostri giorni, nella Germania della Merkel – degna erede del grande pensatore che teorizzò l’imperativo categorico.

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Ma per un popolo di poeti, santi, e navigatori come il nostro? Non era meglio liberarsi di questo scomodo gerundivo (e del modo di pensare che presupponeva) e farne sparire al più presto le tracce? Anche se poi ne sono rimaste abbastanza, come abbiamo visto, da ricondurci a quell’efferato delitto grammaticale.
E dunque, tornando alla nostra etimologia, ora lo sapete: se vi imbattete in un’Amanda, fosse anche soltanto in una sua versione virtuale – un’attrice, una cantante, una protagonista delle cronache nere – per natura lei è “colei che deve essere amata”. E da questa verità etimologica non può esserci scampo.
«Ma se nemmeno so bene chi è!» – non importa, perché lei è Amanda e questo basta.
«O quanti anni ha!» – non importa, perché lei è Amanda sempre, in saecula saeculorum.
«Ma se davvero, come dicono, da giovane fosse stata un uomo?!» – neanche questo importa, perché lei è Amanda per la sua sostanza, al di là di ogni forma apparente.
«O addirittura un’assassina!»
Beh, ora esageri, ragazzo: ancora non l’hai capito che lei è “la donna che deve essere amata” al di sopra dei tuoi dubbi, del tuo modo di pensare, al di sopra – senti un po’- persino del tuo “io”? Sì, certo, controbattimi pure che è soltanto il fossile di una vecchia grammatica, di un modo di pensare sorpassato nei millenni. Ma guardami negli occhi e dimmi se tutta questa storia non ti ha per caso lasciato dentro una certa ideuzza: e cioè che forse la grammatica che adotti non è l’unica possibile! Forse chissà, la voce “Amanda” esiste davvero, ancora adesso, in un breve ma fondamentale capitolo della grammatica dell’amore.

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