Omero sulla spiaggia

«Ermes Cillenio chiamava fuori le anime dei Proci. Aveva la bella verga d’oro in mano, la verga con la quale incanta gli occhi degli uomini, a chi vuole: altri invece li risveglia anche dal sonno»
L’ora del tramonto sul mare di porpora, sotto il cielo che a poco a poco s’infuoca e s’insanguina, è perfetta per rileggere la scena di Hermes che conduce all’Ade le anime dei Proci, spietatamente sterminati da Odisseo — all’ inizio del ventiquattresimo canto. Da qui inizia un’altra discesa nel regno dei morti, seppure anche se meno nota della nekyia dell’undicesimo libro. 

«Andavano lungo le correnti dell’Oceano, oltre la rupe Leucade: andavano oltre le porte del Sole e il popolo dei sogni. E ben presto arrivarono al prato di asfodeli dove abitano le anime, immagini dei defunti. Qui trovarono l’anima del Pelide Achille e quella di Patroclo … E poi venne loro incontro l’anima dell’Atride Agamennone, tutta afflitta»
Eppure è proprio qui che vengono svelati (almeno) due punti fondamentali per ogni amante del mito greco e dell’epica in particolare. Il primo dei quali è: ma come è morto Achille, visto che l’ultima scena dell’Iliade lo vede ancora nel pieno delle forze, al culmine del suo crudele trionfo su Ettore? 

È qui, infatti, che Omero regola i conti con questo nodo fondamentale, facendo raccontare all’anima di Agamennone, in versi da pelle d’oca (al di là della brezza che s’alza), ciò che ad Achille doveva stare a cuore più della vita e della morte: gli onori eroici tributati da uomini e dei alla sua salma — cioè il momento da cui avrebbe avuto inizio la tanto agognata immortalità. 
“Sorella morte”, mi viene da dire, mentre stacco gli occhi dal testo e guardo il cielo, cercando di immaginare Achille nel momento fatale. E quasi lo vedo lì, davanti al mare, il letto funebre in cui i Greci posero il bel corpo dell’eroe e iniziarono a piangerlo, percuotendosi il petto e strappandosi i capelli:

«Venne allora dal mare la madre con le immortali dee marine, al sentire l’annuncio: e di sopra la profonda distesa delle acque si levava un grido prodigioso di lamento. Il tremore, credi, afferrò tutti gli Achei alle gambe»

(Come deve essere, mentre nuoti magari o peschi o stai facendo il tuo pic nic sulla riva, sentire dalle onde quel “grido prodigioso di lamento”?) 

«E intorno a te allora sostarono le figlie del vecchio dio marino e gemevano pietosamente: ti vestirono di vesti immortali. E le nove Muse, tutte, alternandosi con la bella voce, cantavano il lamento. Là, uno senza lacrime non l’avresti veduto, fra gli Argivi»

Sembra che già le giornate si accorcino e allora il bagnino si aggira a chiudere ombrelloni. Non è rimasto quasi nessuno, in effetti, solo laggiù la coppia di anziani — anzianissimi, anzi ! — che da tempo ho notato per la simmetria dei loro movimenti, dei loro sguardi, dei loro sorrisi.
Già, a proposito, ecco il secondo svelamento, relativo a un’altra questione sempre aperta su Achille. Sì, perché se quel che sappiamo di lui in vita non basta a chiarire il sentimento che lo legava a Patroclo, il loro destino nella morte deve togliere ogni dubbio, a mio avviso.

Achille cura il braccio ferito di Patroclo (V a.C.)

«Qui trovarono l’anima del Pelide e quella di Patroclo …»: insieme, indissolubilmente legati al di là della barriera della morte corporale, come Paolo e Francesca. Non è superficiale e terribilmente limitante fare questione di sesso per un legame così?
Senza contare che, pochi versi dopo, veniamo a sapere ancora di più: 

«Tu intanto venivi bruciato nella veste degli dei e in molto unguento e dolce miele … e quando ti consumò la fiamma di Efesto, noi raccoglievamo all’alba le tue bianche ossa, o Achille, nel vino puro e nell’unguento. La madre tua diede un’anfora d’oro: diceva che era un dono di Dioniso, ma opera del famoso artefice Efesto. Là dentro giacciono così le tue bianche ossa, o glorioso Achille, mescolate con quelle di Patroclo»

È imbarazzante commuoversi ancora per cose che dovrei conoscere a memoria. Allora chiudo il libro, raccolgo l’asciugamano, tutto il resto, mi vesto. Non ci metto molto a raggiungere, all’uscita, il lento passo dei due vecchi, che mi augurano la buona sera con un sorriso dolce.
E un attimo dopo si sperdono nella notte, ma tenendosi per mano.

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